Benedetta Economia

Economia, religione e….Massimo Troisi.

(riflessioni a margine di :“Benedetta economia” di L. Bruni e A. Smerilli, ed. Città Nuova)

L’introduzione di questo libro comprende, fra l’altro, l’analisi disincantata dello stretto intreccio intercorso, nei secoli, tra economia e religione. Dagli albori dell’umanità, il rapporto tra uomini e Dei, poi tra uomini e Dio, ha spesso assunto un carattere di “scambio mercantile”: offerte, sacrifici (novene, fioretti…) in cambio di protezione o di grazie (come non ricordare la gag di Massimo Troisi davanti a S.Gennaro: “San Genna’…io so’ cliente tuo, e voglio ‘o trattamento…”, guardatela su You Tube!) Si potrebbe riflettere se questo atteggiamento sia davvero coerente col messaggio evangelico. Ma i rapporti tra religione ed economia sono stati, in passato e  oggi,  anche di altro tipo e talora assai positivi e fecondi.

Gli autori chiariscono e dimostrano la spinta innovativa determinata, nella società, da organizzazioni “carismatiche”, nate per motivi ideali e non utilitaristici, per sovvenire a esigenze umane non soddisfatte dalle “istituzioni”; tali organizzazioni sono state poi imitate, sviluppate, estese ad altri ambienti, e hanno prodotto un miglioramento progressivo e stabile delle condizioni sociali in determinati  ambiti (per esempio, passando dalle “misericordie” medievali agli attuali standard di welfare). E di questi carismi, veri “doni” per la società, gli autori illustrano in dettaglio due esempi: quello benedettino e quello francescano.

Le abbazie benedettine sono fondate su un concetto molto illuminato del lavoro. Il lavoro, nei secoli precristiani e cristiani, è stato considerato in modi diversi, per lo più dispregiativi (gli autori sviluppano una stimolante analisi dell’argomento, utile anche per comprendere alcune moderne dinamiche aziendali, e atri temi attuali come disuguaglianze, meritocrazia ecc.). Per la Regola benedettina, ogni attività umana è lavoro, e tutti i tipi di lavoro hanno uguale dignità: lavoro manuale, intellettuale, artigianale, contabile, organizzativo, preghiera . .ecc. Lo studio e la cultura erano valorizzati e spesso, accanto ai monasteri fiorivano scuole gratuite per i poveri. Era abolita la proprietà individuale dei beni a favore della proprietà collettiva dell’abbazia (i singoli monaci avevano l’uso di tutto e la proprietà di niente). Gli abati erano eletti a suffragio universale e con voto motivato. Le decisioni importanti avvenivano previa consultazione allargata e comunque anche l’abate doveva obbedire alla Regola (primo embrionale esempio di stato di diritto). L’organizzazione complessa e ben disciplinata delle abbazie e il loro modello economico estendevano la loro influenza positiva e stimolante al territorio, anche perché le abbazie avevano consistenti scambi commerciali con i mercati e diffondevano al di fuori dei loro confini competenze manageriali, contabili e produttive, spesso imitate in attività commerciali laiche. Insomma, all’interno delle abbazie si applicava un modello di vita (e di gestione aziendale) che oggi definiremmo “all’avanguardia”, e che aveva riflessi positivi economici (e non solo) sugli ambienti esterni.

Dalla esperienza francescana nasce un concetto molto speciale della povertà volontaria e della gratuità. Partendo dall’idea che le cose valgano in funzione della loro scarsità, si afferma che il valore delle persone dipende da quanto sia rara l’attività che esse svolgono per la comunità: ed allora emerge il valore immenso (e non monetizzabile) di tanti beni ideali e non materiali che giovano alla società, e ugualmente il valore dell’attività volontaria e generosa prestata per gli altri. Nasce il concetto di gratuità. Nascono anche, in epoca medievale e ispirate dall’esperienza francescana, le prime forme di microcredito alle imprese private e alle famiglie indigenti con la fondazione dei “Monti” di credito, delle prime banche etiche (“Banchi”) e delle prime forme organizzate di prestito su pegno; il tutto a beneficio di chi non poteva permettersi di accedere a grandi banche capitalistiche. Commovente (oggi) il dibattito relativo alla liceità o meno di chiedere un modesto interesse sui prestiti, risolto con la decisione di commisurare l’interesse alle sole spese di gestione e di remunerazione degli impiegati. Si anticipa il “no profit”.

La conclusione degli autori, con una analisi riportata all’attualità, è nel senso di riconoscere alle organizzazioni “carismatiche”, anche odierne, il merito di intrattenere con le persone rapporti economici “umani”, considerando gli uomini non tanto come clienti, fornitori, consulenti, dipendenti . . .ma solo come persone. Gente, e basta.