“Ogni villaggio è il mio villaggio, ogni uomo è mio fratello” (ComeNoi)

Leggendo l’enciclica “Fratelli Tutti” di Papa Francesco ci siamo resi conto che, fin dalla metà degli anni ’80 abbiamo avuto l’opportunità e la fortuna di vivere una parte dei valori esposti nell’enciclica, grazie all’incontro, durante un servizio per l’END, con Maria Consolata (Pupa, per gli amici) e Antonino (Antonio) Puccio, dell’equipe Torino 4, che ci hanno proposto di entrare a fare parte dell’o.n.g. “ComeNoi“, poi diventata “ComeNoi onlus” (http://www.comenoi.org/onlus/). ComeNoi si occupava, e si occupa tuttora, di progetti in Paesi in Via di Sviluppo (allora si diceva del Terzo Mondo!) e di persone che, provenienti da tali Paesi, si trovano in qualche difficoltà sul nostro territorio.
L’associazione non governativa (ONG), laica, apartitica, aconfessionale, era nata nel 1966, come Gruppo di famiglie che inseriscono nel proprio bilancio la voce “Paesi in via di sviluppo”. Questo significava prima di tutto sensibilizzarsi a considerare anche un nostro problema la povertà ed i bisogni di quei fratelli e, di conseguenza, un impegno anche economico (ma non solo) non saltuario,ma costante nel tempo.
I criteri di scelta dei progetti da attuare devono rispondere essenzialmente a bisogni considerati prioritari dalle popolazioni residenti e condivisi, elaborati, realizzati e,alla fine, gestiti dalle comunità locali, perché il diritto allo sviluppo esige e ne presuppone la partecipazione. In una società in cui sembrano prevalere atteggiamenti di «indifferenza» è importante sviluppare una «pedagogia della differenza», nella quale le «diversità» fra culture, popoli, razze, sono presentate e fatte capire come valore. La sensibilizzazione nelle scuole, nei gruppi giovanili e familiari, oltre che una personale revisione del proprio sistema di valori sono punti ugualmente fondanti dell’impegno in ComeNoi.

Da subito queste finalità, bene espresse dallo slogan che compare nel 1973 come titolo del primo depliant informativo di ComeNoi –“Ogni villaggio è il mio villaggio, ogni uomo è mio fratello” ci avevano affascinati.

Da allora per noi è iniziato un percorso che ci ha portato a fare esperienze che mai avremmo immaginato quando progettavamo la nostra vita di coppia: come essere ospitati in casa di “favelados” a Rio de Janeiro, partecipare alle assemblee dei soci delle cooperative di agricoltori senza terra nate con l’aiuto di ComeNoi e firmare insieme a loro il libro dei soci al termine dell’assemblea, partecipare alla festa organizzata per il nostro arrivo dai bambini dei centri di sostegno scolastico e soprattutto ascoltare le testimonianze di persone che ci portavano la voce, i problemi, le richieste ed anche le speranze e le gioie di paesi così lontani geograficamente, ma ormai per noi amici e presenti.

Infatti l’associazione è gestita da un Comitato promotore, composto di volontari non retribuiti, che controlla l’avanzamento dei progetti e l’utilizzazione dei finanziamenti anche con periodiche visite “in loco” dei suoi membri. In questo modo i progetti ‘lontani’ diventano ‘vicini’, conoscendo personalmente i nostri partners presenti sul posto con i quali si costruisce negli anni un rapporto personale, di fiducia, di amicizia, di vera collaborazione con scambio di opinioni e consigli. Non viaggi turistici, ma visite, spesso anche faticose, con avventurosi spostamenti, per incontrare, conoscere, verificare, suggerire, sostenere.

Nella “Fratelli Tutti” abbiamo riconosciuto molti dei fondamenti di Come Noi e qui riportiamo alcuni punti che ci sembrano particolarmente pertinenti:

  1. 78. È possibile cominciare dal basso e caso per caso, lottare per ciò che è più concreto e locale, fino all’ultimo angolo della patria e del mondo, con la stessa cura che il viandante di Samaria ebbe per ogni piaga dell’uomo ferito.
  2. Ci sono periferie che si trovano vicino a noi, nel centro di una città, o nella propria famiglia. C’è anche un aspetto dell’apertura universale dell’amore che non è geografico ma esistenziale. È la capacità quotidiana di allargare la mia cerchia, di arrivare a quelli che spontaneamente non sento parte del mio mondo di interessi, benché siano vicino a me.
  3. 128. L’affermazione che come esseri umani siamo tutti fratelli e sorelle, se non è solo un’astrazione ma prende carne e diventa concreta, ci pone una serie di sfide che ci smuovono, ci obbligano ad assumere nuove prospettive e a sviluppare nuove risposte.
  4. … Certo, l’ideale sarebbe evitare le migrazioni non necessarie e a tale scopo la strada è creare nei Paesi di origine la possibilità concreta di vivere e di crescere con dignità, così che si possano trovare lì le condizioni per il proprio sviluppo integrale.
    162. … Perciò insisto sul fatto che «aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze. Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro».

Di fronte agli stimoli e alle” sferzate” dell’enciclica (e noi con chi ci identifichiamo? Con i briganti, il levita, il samaritano? ) ci riteniamo molto fortunati perchè abbiamo potuto dedicare una parte del nostro tempo e della nostra attenzione a questo. Non senza difficoltà, anche queste ben descritte nell’enciclica.
Dalla tentazione di pensare, di fronte a problemi pesanti nei progetti, che in fondo non erano affari nostri, al tentativo di applicare idee non adatte alla cultura della popolazione con cui si sta lavorando, non tanto per imporre la nostra idea, ma pensando che ciò che ha funzionato da qualche parte possa funzionare ovunque.
Senza contare che il dedicarci ai problemi del terzo mondo ci ha a volte distratti dall’occuparci della realtà più quotidiana e più vicina, perché “Ogni giorno ci troviamo davanti alla scelta di essere buoni samaritani oppure viandanti indifferenti che passano a distanza. E se estendiamo lo sguardo alla totalità della nostra storia e al mondo nel suo insieme, tutti siamo o siamo stati come questi personaggi: tutti abbiamo qualcosa dell’uomo ferito, qualcosa dei briganti, qualcosa di quelli che passano a distanza e qualcosa del buon samaritano.” [69]

Franca e Piero Caciagli