La Fraternità: un “bisogno” che è di ognuno e di tutti

Sono tre i rimandi più immediati che nella “Fratelli tutti” abbiamo trovato rispetto alla nostra esperienza.

Il primo riguarda la ricaduta che i temi proposti dall’Enciclica possono avere nella vita ordinaria. Non è raro infatti, su questi temi, considerare le Encicliche papali come richiami a una visione della vitache non riguarda tanto noi personalmentequanto piuttosto questioni complessee realtà lontane. Tanto lontane da non consentire di capire facilmente ciò che ognuno di noi potrebbe fare individualmente.

Il concetto di Fraternitàdi cui parla la “Fratelli tutti” di Papa Francesco non crediamo che possa essere classificato in questa categoria. Questo perché la Fraternitàè un “bisogno costitutivo” della nostra stessa dimensione umana: che è di tutti e che riguarda ogni tipo di relazione (n. 100 dell’enciclica). Un bisogno che nasce dalla richiesta di essere accettati, valorizzati e, in caso di necessità, aiutati e che è così radicato da essere gradualmente diventato, almeno nell’area Euro-Occidentale, addirittura un “diritto” non solo riconosciuto ma istituzionalizzato nello Stato sociale.

Il secondo rimando riguarda il “drammatico paradosso” a cui ci espone l’adesione a questo principio. Papa Francesco ne parla al n.67 e al n.16. Al n. 67 quando segnala come la Fraternità rappresenti ad un tempo l’unica via di uscita per invertire la tendenza che produce dolore e morte in tante parti del mondo, ma anche una tendenza apparentemente “inattuabile”. Al n.16 quando sottolinea come “ogni progetto che si proponga lo sviluppo di tutta l’umanità suoni oggi come un delirio”. Si tratta di due espressioni molto forti che segnalano come operare per la Fraternità comporti oggi la necessità di misurarsi con la “durezza dei tempi”. Ma, ci siamo chiesti, da dove può nascere questo paradosso e questo “delirio”? La risposta che ci siamo dati è che esso ha probabilmente origine in un approccio che fa apparire “razionale” solo ciò che è “selettivo” (che consente cioè di distinguere preventivamente ciò che è “mio” da ciò che è “di tutti”) e irrazionale ciò che viceversa è “inclusivo” (il riconoscimento che come gli altri dipendono da noi anche noi dipendiamo dagli altri). Un approccio selettivo che si estende a tutti gli ambiti di vita. Alla politica dove, specie nell’ultimo decennio, si è registrata una forte involuzione dei processi di cooperazione tra Stati (n.10) sostituiti, almeno in parte, dall’emergere del cosiddetto sovranismo (“prima noi”). All’economia (n.21) dove il bisogno primario della crescita ha finito per far passare in secondo piano l’attenzione alle disuguaglianze sociali che essa genera (n. 18 cultura dello scarto). Ai social media (n.42) i cui algoritmi sono tutti fondati su un principio selettivo che consente di presentare solo la realtà che “ci piace” e proporre relazioni con chi già la pensa come noi.

Un terzo e ultimo rimando riguarda la speranza: i segnali cioè di apertura alla Fraternità che si possono cogliere in tante parti del mondo così come attorno a noi (n.54-55). Si pensi ad es. alle tante esperienze di solidarietà che la pandemia ha fatto emergere. Ciò che crediamo vada evitato al riguardo è di cadere nel trabocchetto di un approccio tutto e solo “consolatorio” (la constatazione cioè che in fondo accanto al male c’è anche un po’ di bene), curando invece, attraverso una informazione adeguata, la nostra capacità di scelta e di giudizio. Ciò che è in atto infatti è un confronto duro tra tendenze opposte. A livello individuale e di gruppo crediamo che la differenzala possa fare il modo in cui noi ci poniamo a questo riguardo.

Piera e Silvio Crudo