Fragile: etichette per imballaggi

In questo inverno del nostro scontento, la parola “fragile” echeggia come  non succedeva da tempo: non che la fragilità non ci fosse, ma preferivamo nasconderla sotto tonnellate di ottimismo e di fiducia incrollabile nelle nostre possibilità.

Il Natale 2020, più di altri, ci porta a considerare la fragilità come una dimensione costitutiva dell’essere umano, insita  nella sua natura: come la creatura che nasce è nuda ed esposta ad ogni pericolo, così il  morente è totalmente affidato alle cure di altri.

Nascita e morte stabiliscono i confini dell’essere umano e la sua compiutezza.  In questo spazio si innestano poi le fragilità della vita nelle relazioni, anche di coppia, nel lavoro, nella salute, nel rapporto con Dio.

Tuttavia, se  la creatura è fragile, anche il Creatore che si fa uomo non è da meno: è il Bambino che nasce in una stalla, è l’Uomo che muore appeso ad una croce.

“La fragilità di Dio, che trova la sua manifestazione più alta nel mistero di Cristo, è l’essenza stessa del Dio biblico che fin dalle prime battute vive di relazione: tesse legami, sperimenta la dipendenza, il dover fare i conti con l’altro…

La Bibbia … è costruita sull’impalcatura debole e instabile di persona ammalate, sole, confuse, nel dubbio. Eppure è la meravigliosa tela della relazione che Dio ha intessuto con loro e oggi con noi. “ (A. Curioni, Il coraggio di essere fragili),

Quest’anno auguriamoci vicendevolmente  che il riconoscere la condizione di fragilità nostra e altrui sia in grado di generare legami:  solamente questi potranno creare  il luogo dove  veramente l’anima umana si rivelerà resiliente.

Sergio e Michela Orione