OKURIBITO – COLUI CHE ACCOMPAGNA

Dare ad un corpo, divenuto freddo, una bellezza che durerà per sempre, con calma, con precisione, ma soprattutto con tanta amorevolezza, pur nella tristezza dell’ultimo addio […]”. Questo è il rito del nokanshi, il maestro di deposizione delle salme, l’antica tradizione giapponese che allestisce l’estremo saluto ai defunti mediante un’elaborata sequenza di gesti di cura (pulizia del corpo, vestizione, trucco del viso), ultime carezze alla persona cara prima di lasciarle varcare il cancello della morte. Questo è il soffio che dà forma allo straordinario “The Departures” (titolo originale “Okuribito”), film del registra giapponese Yojiro Takita, vincitore del premio Oscar per il miglior film straniero nel 2008, uscito nelle sale italiane ad aprile 2010.

“Assistiamo coloro che partono per dei viaggi – Agenzia NK”. Questo è l’annuncio che attira l’attenzione del protagonista Daigo, violoncellista rimasto senza lavoro dopo lo scioglimento dell’orchestra nella quale si esibiva e in cerca di altra occupazione, ritenendosi non più all’altezza del proprio desiderio di essere un musicista. Ma si tratta di un equivoco: la NK non è un’agenzia turistica come l’annuncio lascerebbe intendere:  non si tratta di viaggi ma dell’ultimo viaggio, la dipartita per l’al di là. Il riluttante Daigo non ha neanche il tempo di realizzare l’equivoco e si ritrova assunto come assistente del nokanshi Sasaki, il maestro che lo inizierà all’arte della tanato estetica. In un lavoro che la società considera disonorevole, Daigo scoprirà una forma alta ed estrema di servizio alla persona: “[…] quanto viene eseguito per preparare il defunto, immersi nel silenzio pieno di pace, mi appare meraviglioso”. Il rito della deposizione dona bellezza e dignità al defunto, ma soprattutto aiuta chi resta ad elaborare il lutto, a superare vecchi rancori, a riconciliarsi con il defunto e con sé stessi; la lenta sacralità dei gesti che scandiscono il rito, regala ai presenti lo spazio e il tempo per esprimere gratitudine per il dono di una vita e per ricomporre in un insieme, finale ed armonico, le relazioni che la vita aveva sfilacciato e usurato. La morte non è cancellata dall’orizzonte dell’umano, ma celebrata come rito di passaggio, in una liturgia che non ha bisogno di parole, bastandole il gesto lieve, la carezza, lo sguardo, il silenzio rispettoso.

Daigo diventa così colui che accompagna, okuribito. Accompagna il defunto al cancello, i parenti nella celebrazione della vita che fu. E accompagnando gli altri si accompagna a riscoprire la propria identità, a ricomporre la relazione con sé stesso, con la moglie e con il microcosmo che lo circonda; e a riconciliarsi, infine, con un padre da sempre assente ma che non ha mai spezzato definitivamente il legame della parola tra sé e il figlio. Il viaggio del nokanshi fluisce attraverso un delicato lirismo di paesaggi e atmosfere, scandito dalle musiche intessute da quel violoncello che Daigo non ha mai abbandonato. Dal monte Fuji, spettatore sullo sfondo, aleggia su tutto il soffio dello Spirito.

Achille Gallo