Il “servizio” chiesto ai laici nella Chiesa: collaborazione (anche retribuita) o co-responsabilità?

 

Il concetto di “servizio”, in senso sociologico, non consente le distinzioni suggerite dall’approfondimento esegetico del termine, ma, ciò nonostante, può forse essere di una qualche utilità per comprenderne le implicazioni quando a questo termine si accompagni il riferimento ad una organizzazione e ad un tempo storicamente definito.

Può forse apparire irrispettoso, ma per un sociologo la Chiesa può essere trattata come una organizzazione: ha una finalità, una struttura di autorità e una divisione di compiti orientata al raggiungimento del fine. In questo senso il concetto sociologico che più si avvicina a quello di servizio è il concetto di “ruolo” (il compito che una persona è chiamata a svolgere all’interno della organizzazione) che, e questa ci sembra una sottolineatura importante, può assumere contenuti assai diversi a seconda che il ruolo sia rivolto ad assicurare il “buon funzionamento” interno dell’organizzazione stessa o partecipare a definirne il fine.

Analizzata da questo punto di vista, se l’organizzazione a cui ci riferiamo è la Chiesa (le nostre Diocesi, Parrocchie e, più in generale, la Chiesa italiana) e le persone a cui riferiamo il termine “servizio” sono i cristiani ordinari (i laici), la prima cosa che va annotata è che l’analisi del ruolo ci pone di fronte a un dilemma. Il Concilio Ecumenico Vaticano II infatti, al n. 31 della Lumen Gentium (Costituzione dogmatica della Chiesa) definisce infatti questo “ruolo” (e quindi il servizio richiesto) in questi termini: “per loro vocazione è proprio dei laici cer­care il regno di Dio trattando le cose temporali ordinandole secondo Dio”. La Lumen Gentium identifica cioè l’aspetto qualificante del servizio dei laici nella rielaborazione (fatta secondo Dio) dell’esperienza che vivono “fuori” dall’ambito ecclesiale: chiamati “a portare la tuta di lavoro in Chiesa e la veste battesimale nei luoghi di lavoro” come avrebbe detto anni dopo mons. Tonino Bello. In modo ancora più esplicito 10 anni dopo (1975) nella Evangelii Nuntiandi al n. 70 Paolo VI precisava in questo modo il servizio richiesto ai laici cristiani: “Il loro compito primario e immediato non è l’i­stituzione e lo sviluppo della comunità ecclesiale… ma è la messa in atto di tutte le possibilità cristiane ed evangeliche nascoste, ma già presenti e operanti nelle realtà del mondo. Il campo proprio della loro attività evange­lizzatrice è il mondo vasto e complicato della politi­ca, della realtà sociale, dell’economia… ed anche di altre realtà particolarmente aperte all’e­vangelizzazione, quali l’amore, la famiglia…”.

A 50 anni di distanza, tutte le ricerche condotte sulla struttura della Chiesa cattolica in Italia, segnalano però una realtà molto diversa. Il contributo richiesto ai cosiddetti “laici impegnati” viene infatti sostanzialmente a identificarsi con la “collaborazione” che essi sono chiamati a dare alla gestione di qualcuno dei tanti servizi interni alla Comunità (sono i cosiddetti operatori pastorali: animatori, catechisti, addetti alla liturgia, ecc.)

Un mutamento di ruolo/servizio che è quindi sostanziale e che ha dato origine in questi 50 anni a tre mutamenti significativi nel concreto funzionamento della “organizzazione” Chiesa. Il primo organizzativo, con il ritorno a una forte gerarchizzazione dei ruoli anche all’interno delle singole Comunità (“clericalizzazione”), il secondo di finalità, con il declino progressivo, a livello di base, dell’attenzione ai temi relativi al rapporto Chiesa/Mondo e il terzo di struttura, con la nascita di Uffici centralizzati che si occupano dei vari settori della pastorale e il conseguente declino della ricerca di un rapporto strutturato con quelle forme di associazionismo laicale capaci di esprimere anche una competenza nella rielaborazione del rapporto che la Fede deve avere con riferimento ai vari ambiti di Vita (tra queste l’Equipe Notre Dame, le Acli, l’Ucid, l’Azione cattolica, ecc.).

Un mutamento, questo, frutto di un vero e proprio programma la cui storia è anche stata ampiamente studiata in questi anni.[1] e che ha preso forma sul finire degli anni ‘70 assumendo poi forma definitiva con l’applicazione del nuovo Concordato stipulato tra la Santa Sede e la Repubblica italiana (1984) e con l’introduzione dell’8 per mille. Questo programma ha portato a una forte verticalizza­zione (con un ver­tice più grande e forte -la CEI- e una base -le Diocesi- composta di termi­nali meno numerosi e potenti) e a una ancora più forte centralizzazione con la nascita di Uffici nazionali per le pastorali di settore (diretti da elementi del clero scelti direttamente dal presidente CEI) dotati di termi­nali regionali e rispetto ai quali i poteri di controllo e anche il grado di informa­zione dei vescovi diocesani sono sempre stati, nell’insieme, modesti. L’aumento di potere delle strutture centrali della Cei è testimoniato dalla crescita enorme dei fondi dell’8 per mille ad essa destinati[2].

In questo quadro ha gradualmente preso forma, soprattutto negli ultimi vent’anni, in coincidenza con la riduzione del clero, una ulteriore evoluzione del concetto di “servizio laicale” in direzione questa volta della sua “professionalizzazione”. Con l’affidamento di parti importanti della Pastorale a livello periferico (del Lavoro, Educativa, Caritas, Catechetica, Familiare) a personale retribuito. Un modello questo molto diffuso soprattutto nelle Chiese del centro Europa ma che proprio qui ha anche evidenziato i suoi limiti. In particolare, quando è applicato in modo sistematico, può spostare definitivamente l’asse del servizio chiesto ai laici dalla “corresponsabilità” nell’evangelizzazione in tutte le sue espressioni (apostolato) alla semplice “collaborazione professionalizzata” nella gestione di una qualche attività. Una forma di collaborazione che con la evangelizzazione non ha sempre, e necessariamente, un rapporto diretto.

Silvio Crudo

[1] Luca Diotallevi- Trasformazioni della struttura dell’autorità religiosa cattolica- in “L’Italia e le sue Regioni-Treccani (2015)

[2] Se si esclude il sostentamento del clero, nel 1990 alle diocesi erano rimessi (in euro) 28 milioni e agli organismi centrali della CEI

37 milioni. Nel 2010 i contributi alle diocesi erano cresciuti a 253 milioni (9 volte) mentre quelli destinati agli organismi centrali

CEI a 426 milioni (11,5 volte).