Testimonianze al tempo del Covid

Come Gruppo Referente Cultura abbiamo pensato di chiedere ad alcuni amici/conoscenti/equipiers di pensare ad una testimonianza di vita vissuta al tempo del Corona Virus da portare a tutti voi.

Abbiamo chiesto loro di rispondere o prendere spunto da queste domande e di inviarci un loro contributo:

  1. Come hai vissuto la tua spiritualità familiare/personale in questo periodo?
  2. Quanto il lockdown ha inciso nelle tue relazioni (es. familiari)?
  3. Come hai vissuto la mediazione delle relazioni tramite le piattaforme digitali?
  4. Quanto questa relazione mediata ritieni che possa essere mantenuta e utilizzata ancora? ha portato dei frutti nella tua vita e in quella di altri?

Qui di seguito quelle che ci sono pervenute.
La GRC resta a disposizione di chiunque voglia inviare la sua testimonianza. Tutte quelle che arriveranno saranno poi pubblicate qui.

Grazie

Ecco il titolo che daremmo a questi giorni di pandemia. Noi siamo Davide Oreglia e Nicoletta Musso, siamo sposati, genitori di 5 figli dai 20 agli 11 anni. In questi mesi siamo stati sorpresi, spiazzati, preoccupati, angosciati… ma mai immobili. Ci pensavamo mentre buttavamo giù queste righe.

 Noi ci siamo dati all’esplorazione percorrendo distanze abissali senza neppure uscire di casa. Abbiamo provato a scrivere, il desiderio era di provare a fare un diario ma siamo troppo distratti e poco sistematici. Poi abbiamo pensato che forse era il momento di mettere mano a tutto quello che avevamo incamerato in questi anni. Per lavoro, fortuna e certo Provvidenza, abbiamo avuto molti maestri. Uomini e donne che ci hanno regalato parti del loro cuore e offerto orizzonti meravigliosi a cui tendere.  Ma era fruibile facilmente da molti? La risposta onestamente era “no”, non abbiamo mai avuto il tempo per pensarci anche se molti ci chiedevano di divulgare, a noi pareva di non averne l’abilità. Siamo tutti e due lunghi quando parliamo, per nulla telegenici, ci avevamo già provato con risultati deludenti, però i giorni erano lunghi e ci serviva un progetto condiviso di famiglia. Avere i figli a casa, a nostra disposizione, ci ha permesso di sfruttarli per le loro competenze tecniche ma anche per imparare come si sta in rete. Cosa piace e cosa no, cosa proprio non si deve fare e come provare a fare un qualcosa che non sia solo giusto ma bello, gradevole e non noioso! Breve e conciso, non lungo come quando si parla dal vivo.

Con i contenuti che avevamo, abbiamo provato a entrare nella rete, prima come si fa al mare quando l’acqua è fredda, immergendo la punta del piede. E così è nato il primo ciclo di video, la “cassetta degli attrezzi, per l’ordinaria manutenzione di coppia ai tempi del Coronavirus”. Poi un amico ci ha come dato una spinta ed ecco in men che non si dica un canale YouTube, e la “cassetta degli attrezzi” è andata online; e poi gli “accordi di coppia”, con cinque brevi video a tema musicale, perché i due cuori di una coppia sono come strumenti che vanno accordati; a seguire, abbiamo parlato delle ferite e delle ripartenze possibili, perché “ricominciare è sempre possibile”, poi del “desiderio nella coppia”, così prezioso da accendere, custodire e alimentare; e infine delle “tentazioni” che ci mostrano tutta la nostra fragilità, declinate in tre versioni: a pancia piena, a pancia vuota, e costruite da noi.

Al canale YouTube abbiamo abbinato un profilo Instagram, e abbiamo aggiornato la pagina Facebook con più attenzione. E poi corsi e incontri rigorosamente on-line in cui la relazione riesce a bucare il video in modi sorprendenti. Ti commuovi, piangi, soffri anche se chi è dall’altra parte e ti porta la sua vita non sai neppure quanto è alto (perché su Zoom e Meet siamo tutti seduti), che profumo ha, come cammina.

Ma al tempo stesso abbiamo toccato con mano che la fisicità di coloro che ami e che ti stanno accanto va curata con grande attenzione. Quella di coppia soprattutto! Gesti di tenerezza, coccole, intimità, sono veramente aspetti che creano legame, non la ciliegina sulla torta, ma il quotidiano respiro di noi due.

Ora che stiamo tornando alla normalità, noi ci siamo detti che la rete non la lasceremo. Non ci è venuta la sindrome della capanna, abbiamo voglia di uscire e di incontrare amici e parenti, però la rete è un luogo che deve essere abitato anche da chi come noi crede nella cura delle relazioni, nei gesti concreti, nel guardarsi negli occhi come coppia, nel ricordarsi che siamo un corpo ed è una benedizione.   

Nicoletta Musso
Mediatore Familiare A.I.M.S.
Consulente di coppia
Counsellor Professionista CNCP
Consulente in Sessuologia FISS

«Non sarà una quarantena, sarà un inferno». Sono state queste le prime parole – tra il ludico e il serio – pronunciate da mia moglie, Camilla, dopo l’annuncio della chiusura delle scuole. Credo di non scandalizzare nessuno con questa esternazione, perché siamo tutti d’accordo che il sacramento del matrimonio non è una laurea nell’arte della gestione domestica in una casa di 62 metri quadri che diventa di fatto una prigione per sei persone. Parimenti, il sacramento del battesimo donato a quattro bambini non equivale a una pozione magica che trasforma i bambini in peluche oranti.

Ed è iniziata l’avventura! Iniziata con la ferma decisione di trasformare, con la grazia di Dio, l’avversità in un’occasione. Fu così che, posto davanti allo specchio della mia coscienza, mi sono detto: «Brav’uomo, hai voluto, anzi, hai costruito la bici dell’educare i figli… per di più alla fede… bene! Pedala». Facevo riferimento al testo Educare i figli alla fede che ho pubblicato un anno esatto prima del lockdown.

Dai tanti principi presentati in quel libro (niente farina del mio sacco, tutto dono di una sapienza grande che ha accompagnato la Chiesa ed a cui ho attinto a piene mani) abbiamo dato preferenza a tre. E penso che siano questi la testimonianza concreta che possiamo condividere.

La disciplina

«Serva ordinem et ordo servabit te!». Questa frase di sant’Agostino (o di san Bernardo… poco importa) è stato il primo principio che abbiamo voluto mettere in pratica: abbiamo stilato una regola quotidiana con i bimbi, decidendola insieme. Una regola vivibile. Una regola equilibrata. Una regola varia. Senza entrare in tanti dettagli, dal punto di vista dei colori dominanti, possiamo dire che la mattina era più color lavoro/studio; il pomeriggio color gioco. Ed è qui proprio che entra il secondo principio che abbiamo applicato.

Il gioco

Infatti, la disciplina è fondamentale a casa, ma diventa asfissiante se non è equilibrata dal gioco, dal divertimento. E una grande lezione che abbiamo imparato e nella quale ci siamo confermati, è la lezione della presenza. Ai nostri bimbi piace giocare, ma adorano di più un’altra cosa giocare insieme a noi. E lì, in quello spelling della parola amore che è “p-r-e-s-e-n-z-a”, ho sperimentato una cosa meravigliosa: i bimbi ti ascoltano di più nelle cose che contano per te, se sei stato presente e se li hai ascoltati nelle cose che contano di più per loro.

La preghiera

Parlando di cose che contano per noi. E quando dico noi, mi riferisco a “noi” genitori e “noi” figli, nella nostra casa abbiamo tanto a cuore una specie di “parola della buona notte” don-boschiana, che abbiamo battezzato come “la chiacchierata della sera” e che consiste in una conversazione sul più e sul meno che si conclude con una preghiera spontanea.

Ecco, durante la quarantena, quel momento che prima durava una decina/ventina di minuti con i bimbi sul letto e io steso informalmente sul tappeto, abbiamo voluto viverlo come un incontro più curato: ogni giorno ognuno preparava l’altare e il momento trascorreva senza la fretta che solitamente noi genitori abbiamo di premere il tanto desiderato tasto “off” della giornata. Il cuore del momento è il cuore aperto. La preghiera nostra era un cuore che parla al cuore (cor ad cor loquitur).

Tre piccole cose vorremmo condividere al riguardo:

  • Certe sere, esausti, dimenticavamo il momento… sono stati i bimbi a ricordarci della preghiera insieme.
  • Per i bimbi la preghiera doveva essere allo stesso tempo un dialogo tra noi e un dialogo con Dio. Quando non era così, si annoiavano.
  • Ci è mancata la Chiesa. Abbiamo gustato il valore della Chiesa domestica, ma abbiamo sentito severamente quanto ci mancava la comunione con la Chiesa universale. Ci sentivamo come una “pietra viva”, ma che aveva bisogno di tutto l’edificio del popolo di Dio per trovare la pienezza della sua vocazione e della sua natura aperta alla comunione.

 

Non è stato un periodo facile quello della quarantena, ma è stato un periodo di grazia: una grazia sudata talvolta, divertita tal altra… come tutte le grazie, d’altronde: passano per il mistero pasquale di Cristo, morto e risorto.

 

Robert Cheaib
Pontificia Università Gregoriana
Pontificia Facoltà Teologica Teresianum
Dicastero per i laici, la famiglia e la vita
YouTubeTelegram
www.theologhia.com

 

Sono un insegnante di sostegno nella scuola media, alle soglie della pensione; quest’anno, infatti, chiudo il mio lungo cammino scolastico, di cui per 31 anni sulla cattedra di sostegno.

Ho sempre avuto la fortuna, forse per carattere, di adattarmi senza grande fatica agli imprevisti, anche quelli non desiderati; è quello che mi è capitato quando mi sono trovata a dover lasciare l’insegnamento della mia materia e passare al sostegno, decisione non scelta e accettata a malincuore.

Dopo un po’ di tempo ho cominciato a trovare i lati positivi della nuova situazione, ad approfondire, a studiare cose nuove (ho conseguito la specializzazione per il sostegno grazie a studi che mi hanno entusiasmato), ad applicare metodi e contenuti, riuscendo nel tempo ad ottenere risultati che ritenevo impensabili coi ragazzi, non solo quelli che mi venivano affidati.

Ma la cosa che mi ha sempre più conquistato era la relazione che riuscivo ad instaurare con loro, una relazione speciale, fatta di affetto, di complicità, oltre che di conoscenza e di crescita reciproca. Una relazione molto più intensa di quella che gli altri docenti riuscivano a stabilire con gli alunni della classe; da questo punto di vista l’insegnante di sostegno è privilegiato.

Anche il 27 febbraio 2020 mi sono trovata di fronte a un’altra situazione imprevista, non scelta, non desiderata e questa volta decisamente negativa: una pandemia che ci costringeva tutti chiusi in casa, senza sapere come fronteggiare la situazione. Dopo un primo momento di disorientamento generale, la scuola si è organizzata e ha saputo far fronte egregiamente (rispetto ai mezzi disponibili) a un quadro mai af-frontato prima, a una sfida dai confini incerti.

Dapprima con mail, whatsapp, video-chiamate, ci si è arrangiati come si poteva; poi è stata introdotta la didattica a distan-za (DAD) e noi insegnanti abbiamo cominciato a fare corsi su corsi di aggiornamento on line (i cosiddetti webinar) per imparare a gestire le lezioni con le piattaforme digitali. Io, che al computer sapevo fare solo l’indispensabile, in un mese ho dovuto reinventarmi e fare i corsi di recupero, stupendomi perfino della mia “capacità” informatica.

È proprio vero che non si finisce mai di imparare, anche a tre mesi dalla pensione! E poi, quando, non riuscivo, mi aiutavano gli allievi.

All’inizio ero molto preoccupata che si perdesse la continuità educativa e di apprendimento e la relazione costruita in questi anni con i ragazzi. Temevo di non riuscire a trovare gli strumenti adeguati alla didattica, e soprattutto a quel tipo parti-colare di didattica utilizzata da un insegnante di sostegno.

Invece, con mio grande stupore, l’esperienza è stata molto positiva (almeno in un caso), in quanto il mio allievo si è sentito più tranquillo a casa, non viveva più le tensioni coi compagni che a volte si manifestavano a scuola. La mattina seguiva le lezioni curricolari con la classe (in cui io ero presente, oltre all’insegnante disciplinare) e al pomeriggio rivedeva da solo con me gli argomenti svolti la mattina, con le opportune semplificazioni. Questa modalità ha funzionato talmente bene, che alla fine dell’anno lui è arrivato a svolgere le medesime verifiche e compiti dei compagni, senza più semplificazioni, con grande soddisfazione sua (e mia)!

L’altra alunna che ho seguito quest’anno, invece, era portatrice di una disabilità cognitiva grave e la mia preoccupazione per lei era ancora maggiore, per cui la fa-se iniziale per capire come muoversi è stata più lunga e difficile. Con la mia collega di sostegno con la quale la seguivo, abbiamo deciso, con molti dubbi, di provare anche con lei le videolezioni.

Con la collaborazione della famiglia, ogni mattina ci collegava-mo a turno per delle lezioni individuali, utilizzando disegni, immagini, video, brevi racconti. Anche in questo caso si sono ottenuti alcuni risultati, in quanto la bambina riusciva comunque a seguire e a interagire in qualche modo con l’insegnante. In questo caso però, la didattica a distanza ha mostrato molto di più tutti i suoi limiti, poi-ché, nel caso di disabilità grave, l’apprendimento è molto di più
mediato dalla relazione affettiva insegnante-allievo.

Devo infine ricordare che è stata di fondamentale importanza anche la relazione tra noi insegnanti, perché tutti abbiamo lavorato all’unisono per la riuscita migliore di questa forma di didattica e per sostenere i nostri allievi in un periodo così buio e difficile e aiutarli comunque a migliorare. Ho avuto la fortuna di lavorare con un gruppo di colleghi fantastici, che anche in questa situazione hanno saputo far fruttare la loro capacità, inventiva e creatività a favore dei loro alunni. E questo ha fatto la differenza.

Non tutti i ragazzi però hanno risposto allo stesso modo: c’è stato chi non consegnava i compiti, chi si nascondeva dietro alle difficoltà di collegamento per non partecipare alle lezioni, chi non disponeva di un device adeguato o doveva dividerlo con il resto della famiglia.

Ma anche in questo caso la scuola (e tutte le scuole a quanto mi risulta) è intervenuta per fornire agli allievi i dispositivi idonei per seguire le lezioni, con grande sforzo economico di cui si è fatta carico la scuola italiana.

Anche se la didattica a distanza è stato un degno surrogato della scuola, è sempre un surrogato.
La relazione umana personale è insostituibile, perché costituita dalla ricchezza degli scambi comunicativi, fatti di sguardi, da inflessioni della voce, da sorrisi, da silenzi, da tutto ciò che ci connota come persone e che ci fa amare (o non amare) dai nostri allievi. Ed è questo che ci è mancato.

Simonetta Martinazzi Robino