Il Decameronfilm

Vivo da solo da ormai molti anni.

Quando arriva l’annuncio della chiusura totale e dell’isolamento per il Coronavirus capisco che per me, come per molti altri, sarebbe potuto diventare una prova difficile da superare. Dovevo prepararmi e fare quello che in queste situazioni chiedo a me stesso: c’è sempre qualcosa da fare, come diceva giustamente Luigi Pintor in prossimità della morte: non è vero il modo di dire “non c’è più nulla da fare”.

Ho immediatamente messo in moto la mia rete per procurare le mascherine a me e alle persone più vicine.

Mi sono poi preparato mentalmente su che cosa portare con me in ospedale nel caso fossi stato infettato gravemente o su come muovermi nel caso fossi stato costretto alla quarantena.

Poi sono passato a pensare a cosa potevo fare nella mia vita quotidiana: oltre ovviamente ad incontrare i miei studenti per le lezioni in videoconferenza, potevo ogni tanto salutare i miei vicini dal balcone, potevo sentire gli amici ogni tanto per telefono, potevo leggere libri, potevo vedere film. Ecco, “potevo vedere film”.

Ma quale contributo potevo dare io, che non sono medico e non sono un infermiere e non ho responsabilità politiche o amministrative, alla comunità dei viventi, oltre a non perdere di vista (l’espressione non è usata a caso) i miei studenti neanche per un momento cercandoli anche con il telefono nel profondo della loro inerzia e solitudine (più che giustificate entrambe)?

Chi degli autori e pensatori che ho studiato mi poteva indicare una via di “salvezza” durante la pandemia?

Solo Boccaccio con il suo “Decameron”.

Infatti, lui era l’unico che la tragedia sociale della peste l’aveva vissuta nel 1348 e non solo raccontata (come invece Manzoni, Camus e Giono, Buñuel): aveva capito che la via di uscita era non parlare dell’epidemia, ma parlare d’altro.

Le 7 ragazze e i 3 ragazzi che in Santa Maria Novella decidono di andare fuori Firenze e passano il tempo chiusi in una villa “a raccontarsela” per dieci giorni dieci novelle al giorno eravamo noi.

Il “Decameron” ci insegnava che il ritorno alla civiltà e all’umanità dei costumi passa attraverso il racconto e la conversazione.

Mi invento quindi il “Decameronfilm” e lo propongo on line: incontrarsi su zoom per un’ora circa un paio di volte alla settimana per parlare di film della storia del cinema da vedere insieme, seppur a distanza.

Aderiscono in 37 persone; una ventina partecipano attivamente, spesso senza conoscersi prima tra loro.

L’incontro avviene alla 18,30 del mercoledì e del sabato: al momento dell’aperitivo, quasi fosse prenderlo insieme.

Io propongo dei film che trovo on line: devono essere di una qualità accettabile, possibilmente gratis, eventualmente a noleggio per pochissimi euro, circa 3. Ognuno li guarda per conto suo nei giorni prima dell’incontro, poi ne parliamo insieme. Nell’ultima parte dell’incontro in videoconferenza io presento il film successivo sia da un punto di vista storico sia da un punto di vista estetico.

Trovare buoni film d’autore on line è impegnativo: ci sono molti film recenti e di cassetta sulle piattaforme digitali, ma per quelli classici bisogna andare a caccia sul web.

Ero partito con il proporre “una certa idea di cinema”, per parafrasare la Nouvelle Vague, poi mi sono ritrovato ad inventare un “fil rouge” che di volta in volta portava in modo originale e inaspettato anche a me da un film ad un altro.

Erano gli argomenti dei nostri discorsi in collegamento ad influenzarmi, e giustamente. Fare il “Decameronfilm” è stato per me un po’ come tornare in sala di montaggio ai tempi in cui facevo di più il regista e meno il docente.

Abbiamo visto di tutto: polizieschi, cult, italiani, francesi, americani, commedia e correnti cinematografiche, anche un autore in modo più approfondito perché proprio in quel momento una piattaforma aveva messo a disposizione gratuitamente alcuni suoi film in un’ottima edizione: l’amato Truffaut.

I miei amici partecipanti scrivevano spontaneamente via mail tra una visione e l’altra delle recensioni sempre competenti e che comunque ci facevano vedere, a tutti quanti, aspetti sempre diversi dello stesso film.

Io non facevo tanto l’esperto o il docente, quanto il “conduttore” della conversazione.

Si era formata una comunità di persone in cammino: quando finiva il collegamento video l’isolamento da Coronavirus era leggero, non opprimente.

“Il Decameron” di Boccaccio  a un certo punto finisce: i ragazzi nella villa sulle colline fiorentine sono perplessi e tristi, ma sanno che devono tornare alla vita di prima (e a noi lettori viene da chiederci, “ma perché non continua, perché?”, un po’ come nel Vangelo durante la trasfigurazione: “Pietro disse a Gesù: Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”).

Seguivo l’esempio, perciò sapevo di dover chiudere quell’esperienza tanto bella e che faceva ormai parte viva della nostra settimana. Sapevo che avrei dato un dispiacere ai partecipanti annunciandone la fine: “ma perché, perché?”.

Quando si sono riaperte le prime attività, io ho chiuso con il “Decameronfilm”. La notte prima ho dormito poco e male.

 

Luca Toselli