Attraverso la Tempesta

È da tempo che voglio scrivere per raccontare l’esperienza di una malattia, quella del Coronavirus o meglio Covid-19. Una malattia che mi ha provato e che mi ha tenuta per qualche giorno in standby verso terapie più invasive e forse tra la vita e la morte.

Sento il desiderio di esprimere quello che ho vissuto e provato, per dare ordine e voce a stati d’animo, sensazioni, emozioni, per non riviverle solo come un flash. Voglio appropriarmi di questa esperienza perché il valore di essa non si perda nel ricordo che inevitabilmente il tempo offuscherà.

Desidero poi condividere, questo momento della mia vita, con quanti mi hanno sostenuto e mi sono stati vicini. Sento di doverlo loro come dono.

Tutto è cominciato così.

La sera di sabato 29 febbraio ho iniziato ad avere un po’ di solletico alla gola con una tossettina stizzosa. Nulla di preoccupante, forse avevo preso un colpo d’aria.
Il giorno dopo ho cominciato ad accusare qualche fastidio in più: mal di ossa e lieve spossatezza, tipici sintomi di una normale influenza, nei giorni successivi i sintomi peggioravano con febbre, mal di testa, nausea, raffreddore, una sensazione di cattivo gusto con inappetenza e tanta tanta stanchezza.

Man mano che i giorni trascorrevano i sintomi andavano progressivamente peggiorando, la febbre aumentava e il profondo senso di stanchezza non mi permetteva di stare in piedi. Contestualmente anche Edo aveva gli stessi sintomi in forma molto più lieve che nel giro di un paio di giorni si sono attutiti fino a sparire. Intanto io peggioravo perciò avvisiamo il medico di base che viene a visitarmi e non trovando nulla di particolarmente allarmante suggerisce la classica terapia influenzale: tachipirina per la febbre e plasil per la nausea.

Chiara, nostra nuora che è medico infettivologo, con occhio clinico monitorava a distanza la situazione e il 6 marzo, vedendo che le cose peggioravano, ci sollecita ad andare in ospedale.
Così inizia l’avventura Covid-19. Ci ricoverano tutti e tre io Edo e mia mamma che dopo un paio d’ore ci raggiunge in Pronto Soccorso perché anche lei con 38,5 di febbre.

Restiamo qualche giorno in reparto. Chiara ci faceva visita e una sera, sollecitandomi a mangiare
almeno un’arancia, che mi aveva sbucciato, dice: “che Quaresima quest’anno”. Io annuisco e medito nel cuore.

L’11 marzo la mia situazione peggiora, in molti mi chiedevano ripetutamente come respiravo. Non capivo il perché di questa domanda poiché non sentivo alcun affaticamento respiratorio.
Mi mettono il catetere; mi dicono per controllare quanto urino nella giornata. Cominciavo a capire che c’era qualcosa che non andava ma lasciavo fare, affidandomi alle cure, senza porre troppe domande, non ne avevo la forza.

Decidono di portarmi in un altro reparto. Chiedo di passare a salutare Edo, se il percorso verso questo nuovo reparto, lo permetteva. Nell’attesa fuori dalla camera di Edo, avvertivo che una delle infermiere era molto agitata e così mi permetto di chiederle se dovevo allarmarmi. Lei mi risponde che non c’era d’allarmarsi ma che quando non si respira più si muore ecco perché mi portavano in questo reparto dove mi avrebbero messo un casco per farmi respirare meglio.

Solo dopo ho scoperto che il reparto era una terapia intensiva (T.I.) e che gli esami evidenziavano
una scarsa saturazione così che il tutto diventava preoccupante.

Ingenuamente e da ignorante avevo pensato ad un casco simile a quello della parrucchiera che avrebbe fatto circolare più ossigeno.

Edo mi rincuora col suo naturale ottimismo ma allontanandomi da lui e salutandolo mi rendevo
conto che il suo sguardo e la sua espressione mostravano solo preoccupazione.

L’ingresso in T.I. è stato traumatico, ho avvertito da subito la precarietà e la fragilità di chi non ha più controllo su di sé. Sentivo che ero “oggetto” se pur di cura nelle mani di altri.

In men che non si dica mi hanno denudato, creandomi un certo disagio ma capivo che dovevo lasciare fare; avevo intorno un certo numero di operatori che velocemente dovevano “mettermi
in sicurezza” vale a dire mettermi il famoso casco (C-PAP) e collegarmi ad una macchinetta che monitorava tutti i miei parametri.

In quel momento, non so perché, il primo pensiero che ho avuto è stato un ringraziamento al Signore che fino a quel momento mi aveva donato tanta salute.

È stato un sentimento di profonda gratitudine uscito così spontaneamente che ancora me ne sorprendo. Forse questa gratitudine ha alimentato la mia fede e la fiducia in Dio che non mi avrebbe abbandonato. Più tardi, uscita dalla T.I., un’infermiera del reparto mi diceva che era stato un miracolo, altra espressione da conservare e meditare nel cuore.

Dopo la spogliazione, un’infermiera a destra e una sinistra mi prendono le braccia e mettono aghi e/o porter che sarebbero serviti per le normali manovre di assistenza e cura. E poi mi hanno messo il famoso casco che non aveva alcuna somiglianza con quello della parrucchiera.

Il C-PAP è una specie di passamontagna di plastica morbida che una volta infilato e azionato si stringe alla gola dandoti una sensazione di soffocamento che fortunatamente gradualmente si attenua, forse perché ci si abitua. Per concludere l’operazione bisognava anche mettere un sondino per l’alimentazione e la somministrazione dei farmaci. Che tortura questo sondino che per diversi motivi mi hanno messo tre volte. Il C-PAP è stato un vero e proprio incubo.

In quel momento ho ricordato le parole di Chiara (che bella Quaresima…) e mi sono sentita come Gesù nell’esperienza della crocifissione. Anche l’isolamento, vissuto nei lunghi 20 giorni trascorsi in T.I., me Lo ricordavano nei 40 gg nel deserto.

Tuttavia pur nell’isolamento non mi sono mai sentita sola. Il Signore era con me e lo sentivo attraverso Edo, i miei meravigliosi figli, i miei nipoti e tantissimi amici e conoscenti che mi
salutavano in diversi modi ma che soprattutto pregavano per me e mi sostenevano in questa lotta.

Spesso ho sentito di vivere un vero e proprio combattimento non solo fisicoma anche spirituale.
Mi sono tornate alla memoria alcune battute di un sacerdote che anni fa avevamo ascoltato
in un ritiro spirituale END sul tema delle “prove” e così ricordavo che nella prova bisogna
resistere, bisogna continuare a lottare se pur nella fatica; e ancora lo ricordavo simpaticamente
dirci: “addà passà a nuttata”. Così spesso, spessissimo, chiedevo al Signore: “Signore quanto è lunga questa notte? Signore aiutami, non mi abbandonare, resta con me, se tu sei con me io non avrò paura”

Invece ho avuto paura, una paura espressa e condivisa con un’infermiera che mi stringeva la mano e con lo sguardo mi comprendeva e mi rincuorava.

Gli operatori che ho incontrato in T.I. non li dimenticherò facilmente mi sono stati tutti molto
vicini. Sono stati per me angeli del Signore che con professionalità mi hanno accudito con
dedizione e discrezione. Specialmente nei momenti di igiene personale, in T.I. tutto dipende da loro, mi hanno fatto sentire un’attenzione speciale.

Ricordo in particolare Gerarda e un’altra infermiera: Giuditta, una ragazza che avrà poco più di 30 anni, con occhi grandi e dolcissimi che nella cura dell’igiene, ad ogni passaggio mi consolava e mi diceva: “va bene così, va meglio così?”

Tra i medici resta nel mio cuore l’anestesista che ha disposto il ricovero in T.I. che con tanta tenerezza mi rincuorava e mi sosteneva. Mi stringeva sempre la mano come volermi passare la sua forza per resistere e continuare. Quando gli chiedevo quanto tempo ancora devo stare qui, non era in grado di darmi una risposta, tutto dipendeva dai miei valori che, specie nei primi gg
non promettevano nulla di buono, tanto da ipotizzare di essere intubata. Tuttavia mi
sosteneva dicendomi che la voglia di uscire dalla T.I.era già la mia prima guarigione.

Il ricovero in T.I. è stato lungo, grazie a Dio non ho mai perso conoscenza, non è stato facile tenere sempre l’attenzione sul giorno e la notte. Ho provato una sensazione strana, mi sentivo come sospesa in una attesa verso la ripresa della vita e della normalità.

Pensavo che mi avrebbero trattenuto solo qualche giorno ma quando ho capito che il tempo ormai aveva superato la prima settimana ho cominciato a non contare più i giorni seguenti, sperando presto in un trasferimento in reparto.
La mia famiglia in quei giorni di totale isolamento mi ha inviato dei video per farmi sentire la loro vicinanza.

Pensavo intensamente a Edo che una volta a casa mi ha confidato che lui si è sempre sentito vicino a me, anche se fisicamente non c’era sentiva la sua presenza accanto a me.
In quei giorni mi sono fatta la promessa che una volta guarita, non avrei perso neanche un minuto senza di lui. Abbiamo ancora di più constatato come l’esperienza coniugale sia
fortemente unitiva, forse per questo nel Cantico dei Cantici dice “più forte della morte è
l’amore”.

I miei figli sono stati meravigliosi, ciascuno secondo le proprie peculiarità mi hanno fatto sentire concretamente la loro vicinanza piena del loro affetto.
Tutti sono stati forti nel resistere in questa prova e attraverso la loro forza e la loro determinazione ho trovato la mia forza.

Ho pensato che sono una persona fortunata per il marito e i figli che ho, forse non è fortuna maGrazia. Durante la mia lotta in T.I. mia madre, dopo 14 giorni di ricovero, ci ha lasciato. Non ce l’ha fatta, il suo fisico, se pur sorprendentemente forte e sano nonostante i suoi 95 anni, non ha retto allo stress. Se n’è andata senza un mio saluto. Avrei voluto abbracciarla nella sua fragilità e chiederle perdono per le eventuali mancanze.

Invece le cose sono andate in un altro modo, la consolazione è stata che c’era Chiara accanto a lei che l’ha accompagnata nell’ultimo scatto della sua vita.
Povera Chiara che ha vissuto la preoccupazione della mia malattia e la morte della nonna. Non bastava la fatica del lavoro di quel momento… ma anche lei è stata forte come sempre, un vero e proprio guerriero di luce. In questa esperienza ho compreso ancora di più quanto siamo
importanti gli uni per gli altri e quanto l’affetto ci unisce e ci sostiene. Questa consapevolezza si dilata ai tanti amici e conoscenti.

Quanto sono importanti gli affetti e l’amicizia. Quanto sono importanti le relazioni che mai come in questa esperienza abbiamo sentito vitali. Siamo tutti uniti, tutti fratelli e abitanti della stessa casa e famiglia. La mia preghiera in questo periodo è stata per i “grandi” delle nostre nazioni, perché il Signore possa illuminarli nella consapevolezza che dobbiamo essere vicini gli uni egli altri e trovare nuovi modi per vivere sulla nostra casa terra.

In molti mi hanno chiesto come ho trascorso il tempo sia in T.I. che in reparto, un tempo
apparentemente “vuoto” in cui non c’erano grandi cose da fare, non ne avevo la forza ma non era neanche possibile specie in T.I. Tutto questo non mi ha mai spaventato, innervosito o reso più vulnerabile. Spesso pregavo, specialmente sollecitata da un Crocifisso appeso alla parete della mia camera in reparto.

Penso che i lunghi silenzi che ho vissuto sono stati nuovi colloqui con me stessa, un esercizio non a me sconosciuto e da sempre importante e piacevole. In questa occasione però questa esperienza è stata più pregnante in cui ho rivisto molti momenti della mia vita e aiquali ho
potuto dare un nuovo valore.

Il sentimento di ringraziamento provato all’inizio di questa esperienza resta fortemente
presente in me e si dilata a quanti mi sono stati vicini, dallo staff medico e sanitario, alla mia famiglia, parenti, amici ecc.

La vita è un grande dono che,oggi ancora di più, voglio vivere in pienezza, attimo per attimo senza mai perdermene uno.

Voglio concludere questi pensieri con questa citazione che faccio mia:

“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad
attraversarla e a uscire vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”
(Haruki Murakami)

Grazie a tutti di cuore per essermi stati vicino in questa tempesta della mia vita.
Renata