Nuova Creazione

Ô vous qui cherchez le Bon Dieu
Dans les nuages
Vous ne verrez jamais  son visage.
Ô vous qui cherchez le Bon Dieu
Dans les nuages
Vous manquerez encore son dernier passage.
(dalla canzone “Rue des Longues Haies di Père Aimé Duval – 1956)

Il grande sociologo Zygmunt Bauman, in una intervista rilasciata poco prima di morire, disse che l’essere umano non può sentirsi felice quando si trova in situazioni di dipendenza, ma neppure quando è del tutto indipendente dai suoi simili perché scoprirebbe tristemente di non contare nulla per gli altri, così come gli altri non conterebbero più nulla per lui. Solo nella interdipendenza l’essere umano, che non è solo individuo ma persona (cioè individuo relazionato), trova la sua piena realizzazione e può esprimere al massimo la sua libertà. Questa è la proposta “inaudita” che il Cristo fa ancora oggi all’umanità e che la Chiesa (comunità di chi si mette alla sua sequela) è chiamata a testimoniare, come realtà aggregante e “sale della terra”, in questa nostra società contemporanea dominata da una cultura estremamente individualistica e coricata sul paradigma tecnica-economia.

Questa è la via da percorrere per la moderna “ecclesiogenesi”, come ci illustrano Silvio e Piera Crudo nel loro articolo e come viene rappresentato simbolicamente dal dipinto “La lavanda dei piedi” di Sieger Köder, in cui la dimensione dell’”inaudito” permea tutta l’opera, come ci rivela la lettura che ne fa Michela Orione nel suo articolo.

La “lavanda dei piedi” è presente solo nel Vangelo secondo Giovanni (Gv 13,1-14), scritto circa 20-30 anni dopo i Sinottici, e sostituisce – paro paro – l’istituzione dell’Eucarestia inserita invece dagli altri Evangelisti[1]. La cornice che prepara l’azione di Gesù è la stessa: “Durante la cena, Gesù prese …”. Ma invece del pane e del vino, come tutti si aspettavano, nel Vangelo secondo Giovanni, si narra che Gesù “preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto”… Che cosa ci vuole dire Giovanni con questo messaggio “inaudito”?

Gli studiosi sono quasi unanimemente concordi nel ritenere che, di fronte alle molte controtestimonianze di non-fraternità che le comunità cristiane mostravano ai tempi in cui l’Evangelista scriveva, Giovanni volesse dimostrare che condividere la mensa umana, il banchetto dell’ ἀγάπη fraterna, ha lo stesso valore che condividere con Gesù la mensa eucaristica dell’ ἀγάπη divina.

Anche noi , a titolo personale e di coppia, possiamo condividere la vita con le comunità di cui facciamo parte perché radicati nel medesimo territorio (parrocchia, diocesi), “sale della terra” per la Chiesa ed il mondo. Un paio di esempi ci vengono offerti da Maurilia e Renato Sarica (carisma END all’esterno, chiesa in uscita …) e da Elisabetta e Luciano Cordaro (catechesi familiare in parrocchia).

In una società del tutto “secolarizzata”, come la nostra occidentale, possiamo e dobbiamo trovare la strada per un “cristianesimo senza religione” che non trovi ragion d’essere in un’appartenenza fatta di adempienze e ritualità, ma sulla condivisione, con tutti gli “uomini di buona volontà”, a prescindere dal loro credo e dalle loro appartenenze, di un “regno dei cieli” già presente in mezzo a noi, pur tra mille difficoltà e tradimenti, nel rispetto, nella solidarietà e nel servizio reciproco. Per scoprire chi fa già parte del “Regno dei cieli” su questa terra, forse, non dovremmo più chiederci se va a messa o se si è sposato in chiesa, ma piuttosto ricordarci le parole di Gesù “Avevo fame e mi hai dato da mangiare…”. Ed è bello scoprire che molte persone non se ne accorgono neppure di far parte di questo cristianesimo senza religione: “Ma quando ti abbiamo dato da mangiare?” … “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

Questa ritrovata consapevolezza di che cosa la sequela del Cristo ci chiama a fare oggi nel mondo è anche la chiave di volta di una nuova “ecclesiogenesi” in cui sentirci pienamente realizzati sia come parte vitale della comunità concreta, locale, con cui spartiamo la quotidianità (quartiere, città, parrocchia, diocesi), sia dei movimenti trasversali (come l’END) che vivificano la Chiesa ed il mondo con la loro spiritualità e il loro carisma. Se vogliamo schematizzare il concetto, dobbiamo superare il modello “a tabellina” cui siamo abituati, dove le colonne sono “strutturali” (parrocchie, diocesi, confessioni religiose ecc.) e le righe “funzionali” (movimenti laicali, ordini monastici, associazioni e appartenenze varie) ed in cui il singolo cristiano, nella sua casella, si trova spesso a vivere la scomoda posizione di una doppia appartenenza che così si può sintetizzare: “Volevo tanto venire al ritiro dell’Equipe, ma il parroco mi ha reclutato per animare la catechesi del gruppo coppie …”; “Sì, ci siamo presi l’impegno del CPM ma, quel giorno lì, abbiamo la riunione di équipe e non possiamo mancare …”. Piuttosto, inventiamoci un modello di cerchi concentrici solidi e concreti di chiesa territoriale, dove condividere la vita con la confraternita dell’umanità, attraversati dal soffio trasversale dei movimenti che non li spazzano via né ci girano intorno né vi si infrangono, ma li compenetrano vivificandoli.

Franca e Ugo Marchisio –  TO43

[1] Marco 14,22-25; Matteo 26, 26-29; Luca 22, 14-20 e, nell’episodio di Emmaus, 24,30-32