La Lavanda dei Piedi

La “Lavanda dei piedi” di Sieger Köder ci accompagna  attraverso le immagini, la luce ed il colore ad entrare nella profondità della Pasqua del Signore. Il Vangelo di Giovanni: Si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro (Gv 13,4–6) viene così tradotto da Köder: nel dipinto vediamo Gesù e Pietro inchinati profondamente l’uno verso l’altro. Gesù è inginocchiato, quasi prostrato davanti a Pietro, non si vede nemmeno il suo volto che è rispecchiato nell’acqua sporca, dove si trovano i piedi di Pietro. In questo momento Gesù è soltanto servizio per l’uomo davanti a lui.

Noi cerchiamo Dio in ciò che è eccelso, ma Dio è lì, a lavare i nostri piedi.
«Quando Gesù ha lavato i piedi degli apostoli, li ha guardati dal basso in alto, e in quel momento ci ha detto chi è Dio. Cerchiamo Dio su Marte, mentre Lui sta lavando i nostri piedi» (Varillon).
Gesù non ha insegnato solo a suon di belle frasi, ma con gesti e parole intimamente connessi. Se Giovanni ci esorta ad amare non «a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1Gv 3,18) è perché questo è stato l’esempio impartito con rigore e coerenza dalla vita di Gesù.
Non è facile abituarsi a questo Dio imbarazzante, scomodo, non fatto a misura della grandezza umana. Quanto sono veri i versi del poeta William Blake che scrive: «We are put on earth a little space, that we may learn to bear the beams of love» (Siamo messi sulla terra per un breve spazio, per imparare a sopportare i raggi dell’amore). Tutto il cammino della vita cristiana si riassume in questo paradossale apprendistato: imparare ad accogliere la sorpresa, il Vangelo dell’amore di Dio per noi.

e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». (Gv 13,5-6)

Pietro si inchina verso Gesù. La sua mano sinistra ci parla di rifiuto. Di contro, la sua mano destra e il suo capo, si appoggiano con tutto il loro peso sulla spalla di Gesù.
L’obiezione di Pietro ci apre un primo spiraglio sul senso di ciò che Gesù sta facendo. Simone rifiuta, il gesto è indegno del Maestro! Ma Gesù, a Pietro che non coglie il senso del gesto, dice: «Se non ti laverò, non avrai parte con me».
Se non permetti a Dio di scendere nei tuoi inferi, non potrai sperimentare il cielo del suo volto e della sua misericordia. Rimarrai chiuso in un’idea retributiva di un Dio che ti dà perché gli dai, che ti ama perché fai. Questo non è il Dio di Gesù Cristo. Il Padre non ci ama perché siamo degni, ma ci rende degni perché ci ama. Se non accetti la sua umiltà non vedrai il vero volto di Dio.

Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». (Gv 13,8)

In questo momento non conta il capire ma l’incontro.
E il corpo di Pietro è il corpo di colui che vive un incontro dalla testa ai piedi, una persona che scopre il suo bisogno di essere lavato ed allo stesso tempo la sua dignità.
Sono bisognoso che il Maestro mi lavi i piedi, ma sono anche degno che Lui mi lavi i piedi!
Pertanto al centro dell’immagine non c’è il volto di Gesù, ma quello luminoso di Pietro, sul quale si riflette la dignità riacquistata.

 «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi». (Gv 13,14-15)

Lo sguardo di Pietro è rivolto verso i piedi di Gesù. Da questo sguardo ci lasciamo condurre a questi piedi e con Pietro scopriamo che nell’esperienza che sta vivendo, intuisce una chiamata ad un servizio.
In questo momento Pietro capisce che il suo impegno sarà quello di ripetere gli stessi gesti di Gesù, non solo verso di lui, ma anche verso ogni fratello.
L’insegnamento di Gesù si riassume nel doppio comandamento dell’amore: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso» . Ma la misura di quest’amore diventa l’amore smisurato dello stesso Gesù: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34). Cristo riprende il “comandamento antico” ma lo riempie di una misura nuova. La misura dell’amore secondo lui è questa: essere senza misura.

La luce che emana il vestito di Gesù si riflette anche sull’angolo della tovaglia ed abbraccia così in un unico incontro i segni dell’Eucarestia: un calice con il vino e un piatto con il pane spezzato sul tavolo.
Un’unica luce illumina e avvolge pane e vino, mani e piedi del discepolo e del Maestro.
È la luce della fedeltà di Dio alla sua alleanza, la luce dell’abbandono di Gesù nelle mani del Padre, la luce della salvezza.
Ai colori caldi della terra che predominano nell’immagine fa da contrasto il tappeto blu.
Spesso Köder utilizza il blu come colore della trascendenza.

Il tappeto blu indica che il cielo si trova ora sulla terra , lì dove si vive il dono di sé per l’altro.
L’immagine ci dice: se noi cristiani stiamo cercando il volto di Cristo, dobbiamo lasciarci condurre ai piedi degli altri, impegnarci in un servizio che riconosce la dignità, che accetta il bisogno dell’altro. Ma come vivere questo servizio senza offendere l’altro, se non lasciandoci lavare da una mano amica i propri piedi, riconoscendoci bisognosi? Là dove due corpi si intrecciano nel dare e nel ricevere si costruisce il corpo di Cristo.

Anche questo servizio, fatto con amore e consapevolezza, sarà esecuzione del comando: “Fate questo in memoria di me. Come io ho fatto a voi, voi fatelo gli uni agli altri”.

La poesia di Madeleine Delbrel  ci ricorda che il gesto di Gesù si comprende meglio quando lo si vive:

Se dovessi scegliere
una reliquia della tua Passione,
prenderei proprio quel catino
colmo d’acqua sporca.

Girerei il mondo con quel recipiente
ad ogni piede cingermi l’asciugatoio
e curvarmi giù in basso,
non alzando mai la testa oltre il polpaccio
per non distinguere i nemici dagli amici,
e lavare i piedi del vagabondo, dell’ateo,
del drogato, del carcerato, dell’omicida,
di chi non mi saluta più,
di quel compagno per cui non prego.
In silenzio…
finché tutti abbiano capito nel mio, il Tuo amore.

Michela Orione – TO82