I Movimenti nella Chiesa: Comunione o Competizione?

“La Chiesa si presenta come un popolo che deriva la sua unità dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Lumen Gentium, 4). È nell’intima comunione con Dio che la Chiesa e i cristiani trovano la forza della comunione tra di loro all’interno della Chiesa. Questa comunione è un elemento imprescindibile per la comunità dei credenti in Cristo! Egli stesso la chiese nella preghiera al Getsemani: “Padre, che tutti siano una cosa sola” (Gv 17.21). Essa però,  si presenta invece come una sinfonia di carismi tra loro spesso molto diversi. La Chiesa del Signore è come una veste: un pezzo unico ma di molteplici colori, tanti quanti sono i diversi doni che lo Spirito suscita nei cuori degli uomini per l’edificazione del Corpo di Cristo.

Molto ci sarebbe da dire sui movimenti ma vogliamo prendere spunto da un testo che si vuole programmatico per questo nostro tempo: l’esortazione Evangelii Gaudium di papa Francesco. In esso il papa dedica esplicitamente ai movimenti un numero, il 29. Lo fa dopo aver parlato della parrocchia come “presenza ecclesiale nel territorio, ambito dell’ascolto della Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell’annuncio, della carità generosa, dell’adorazione e della celebrazione” e dopo averla invitata “alla revisione e al rinnovamento” perché sia ancora “più vicina alla gente, luogo di comunione viva e di partecipazione, e si orienti completamente verso la missione”. Leggiamo ora il n. 29:

“Le altre istituzioni ecclesiali, comunità di base e piccole comunità, movimenti e altre forme di associazione, sono una ricchezza della Chiesa che lo Spirito suscita per evangelizzare tutti gli ambienti e settori. Molte volte apportano un nuovo fervore evangelizzatore e una capacità di dialogo con il mondo che rinnovano la Chiesa. Ma è molto salutare che non perdano il contatto con questa realtà tanto ricca della parrocchia del luogo, e che si integrino con piacere nella pastorale organica della Chiesa particolare. Questa integrazione eviterà che rimangano solo con una parte del Vangelo e della Chiesa, o che si trasformino in nomadi senza radici.”

Luci

Una ricchezza per la Chiesa suscitata dallo Spirito. Se va riconosciuto che i movimenti carismatici non hanno mai mancato di suscitare interrogativi, disagi e tensioni, va anche riconosciuta la loro effettiva ricchezza e la loro radice profondamente evangelica. La relazione movimenti – Chiesa locale (diocesi e parrocchia) ha comportato talora presunzioni e intemperanze, da un lato, e non pochi pregiudizi dall’altro. Spesso si è voluto opporre una sorta di chiesa istituzionale (Gerarchia) a una chiesa più carismatica e spirituale dimenticando che non c’è contrapposizione tra carisma e istituzione, dal momento che nella Chiesa l’istituzione si regge su un carisma e il carisma si incarna sempre nell’istituzione. Va ricordato che la Chiesa ha sempre visto il fiorire di movimenti di persone (all’inizio sempre laici) che spinti da un leader hanno di volta in volta evidenziato e servito un elemento della fede cristiana, soprattutto in tornanti fondamentali della storia: pensiamo solo al monachesimo del III secolo, agli ordini mendicanti del XII e XIII secolo o all’ondata di congregazioni missionarie e femminili dell’Ottocento.

Apportatori di nuovo fervore evangelizzatore e capaci di dialogo con il mondo. In questi anni i movimenti si sono posti a servizio della Chiesa universale ma comunque incarnati in luoghi precisi. La loro presenza ha spesso rinnovato il volto della Chiesa stessa, rendendolo più giovane e capace di dialogo con il mondo e con diversi mondi (del lavoro, dell’università, della famiglia, dell’indigenza e della povertà). La loro forte spinta all’aggregazione rappresenta quasi una terapia contro l’individualismo. Il loro modo di vivere la fede è appetibile non perché sminuito ma per alcuni elementi che spesso lo caratterizzato come una preghiera spontanea, un crescente desiderio di approfondimento delle verità della fede, il generoso servizio di carità verso i più deboli. In essi poi lo scopo primario é che il cristiano incontri la Persona di Gesù in modo “vivo” nella propria storia personale e si lasci provocare da quest’incontro ad un cammino di conversione continua.

Ombre

La parzialità. Potremmo dire che ogni movimento, partendo dal carisma che lo Spirito Santo ha suscitato nel suo iniziatore, è un riflesso di un lineamento del volto di Cristo, di una pagina del Vangelo. Spesso però il proprio “carisma” viene compreso e spacciato come il migliore e il più importante, come se quell’esperienza fosse capace di concentrare e riassumere in se tutta l’esperienza della fede, meglio addirittura della Chiesa. Questa parzialità nuoce al movimento perché rischia di isolarlo. Un tassello di un mosaico, da solo, perde il suo senso ma anche l’intero mosaico senza quel tassello rimane incompiuto.

L’essere nomadi senza radici. Se non ci si radica non solo in un territorio ma nella Chiesa di quel territorio, accogliendone le ricchezze e le povertà, si rischia di essere dei nomadi. Di vagare, certo, facendo anche del bene, ma col rischio di non costruire veramente la Chiesa ma una chiesa, più piccola e personale… forse troppo personale, col rischio che non sia quella di Gesù ma magari una chiesa “parallela”.

Consigli

Non perdere il contatto con la parrocchia. Intendiamo la parrocchia come la Chiesa che abita e serve un territorio. La differenza sostanziale tra una comunità parrocchiale e un movimento è, al tempo stesso, la forza e la debolezza dell’istituzione parrocchiale: mentre infatti in un movimento tutti i membri sono lì per scelta e perché si sentono accumunati dallo stesso carisma e dalla medesima spiritualità, la parrocchia è di tutti e tutti possono abitarla, dai giovani agli anziani, dagli assidui ai “natalini”, dai santi ai peccatori cronici. I movimenti hanno bisogno delle parrocchie per incarnarsi in un luogo, per non chiudersi e per non perdere di vista la realtà complessiva della Chiesa.

Integrarsi nella pastorale della Chiesa particolare. I movimenti, a loro volta, possono essere un valido aiuto alle parrocchie. Essi si presentano spesso come il “vino nuovo in otri vecchi”, suscitando il rinnovamento di prassi pastorali che da tempo mostrano la loro sterilità. Nella mia pur breve esperienza pastorale posso affermare e sostenere che là dove una diocesi o una parrocchia riescono a creare un legame fraterno e una buona sinergia con i movimenti che abitano quel territorio, si mostra un volto davvero bello di Chiesa. L’integrazione nasce da ingredienti semplici: il desiderio di cercare e salvaguardare sempre la comunione; l’accoglienza cordiale e la guida saggia dei pastori, evitando chiusure pregiudiziali; l’umiltà e il desiderio sincero di servizio dei movimenti, tenendo a bada sfrenatezze e abusi; il dialogo onesto.

La bellezza della Chiesa risiede anche nella molteplicità delle esperienze che la compongono. Esse non dovrebbero mai pensarsi in competizione o in contrasto ma interdipendenti l’una dall’altra!

don Filippo Torterolo ALBA 01