Chiesa e Modernità: qualcosa di inaudito da dire

“La scommessa cattolica” (Chiara Giaccardi – Mauro Magatti – Il MULINO-2019)

In che modo la Chiesa può stare al passo con la vicenda moderna di cui è stata una matrice, ma che oggi la mette in difficoltà? C’è ancora posto per domande che non si esauriscano nelle promesse della tecno-scienza?

Da queste domande piuttosto impegnative prende le mosse il libro: “La scommessa cattolica” scritto a quattro mani da Chiara Giaccardi e Mauro Magatti (marito e moglie) entrambe docenti di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano.

Tentiamo di seguito una brevissima presentazione nella speranza di incoraggiare qualcuno ad un approfondimento.

La tesi dei due autori è che all’inizio del XXI secolo la Chiesa abbia ancora, o meglio di nuovo, una parola decisiva da dire. A condizione che, rinunciando all’ansia di rincorrere la modernità o al contrario di inseguire un sogno di restaurazione, accetti di farsi interlocutrice di questo tempo recuperando la consapevolezza di avere qual­cosa di inaudito da dire. Qualcosa che nello stesso tempo manca agli uomini di oggi ed è prezioso per il nostro futuro comune.

Nell’ultima parte del XX secolo sia­mo entrati in una nuova fase della secolarizzazione. Una fase dominata da due “assoluti”, tanto radicati quanto deludenti per l’esito che possono avere sul piano dell’esperienza di vita. I due assoluti sono quello della “soggettività” (il primato dell’Io) e della “razionalità scientifica” come metro esclusivo di misura del ben-essere.

Da una parte la soggettività, che pure rappresenta uno dei frutti più maturi di mille anni di cristianità (primato della persona), sembra avere tradito oggi le premesse da cui era partita. Le ragioni degli esiti più deludenti del progetto moderno, e di tante esperienze di vita va infatti cercato nella riduzione della persona a individuo e nell’impossibilità, che questa visione comporta, rispetto all’insopprimibile bisogno che abbiamo dell’altro.

Dall’altra vi è il limite che deriva dalla assolutizzazione del linguaggio scientifico. Un limite svelato dal fatto che le verità esistenziali, quelle che contano nella vita, non sono per nulla soggette alla sola dimostrazione sperimentale, ma solo a quella esperienziale.

Rispetto agli esiti deludenti, e a volte drammatici, prodotti sia sul piano sociale che personale da questi due assoluti quale risposta può dare il cristianesimo?

Ciò che va annotato intanto è che ad entrambi il cristianesimo non offre una rispo­sta normativa, bensì antropologica. Indica cioè un modo di essere uomini e donne nel mondo.

La risposta che la Fede cristiana contrappone alla soggettività è l’affidamento: L’insegnamento fondamentale che Cristo trasmette ai suoi discepoli è che la salvezza sta nel ribaltare l’idea di vita: una vita che si può trovare davvero a condizione di avere il coraggio di andare al di là della prigione dell’Io e della sempre insoddisfacente spinta all’autoaffermazione. Cercare di trattenere la vita, allo scopo umanissi­mo di preservarla, è invece la via per vedersela sfuggire dalle mani. E’ un paradosso questo che l’essere umano porta dentro di se. Un paradosso cioè, che è alla base della fede cristiana, ma che è anche inscritto nella logica dell’umano.

La risposta che infine il cristianesimo dà alla ricerca ossessiva di “determinare razionalmente” gli esiti dell’esistenza individuale e collettiva è quella che viene definita come generatività. Un termine che sta ad indicare che ogni essere umano, nel momento in cui viene al mondo, con la propria nascita non solo è portatore di una novità, ma anche della capacità di mettere al mondo qualcosa di inedito. La riuscita di una vita la si misura proprio sulla disponibilità a lasciarsi provocare da questo inedito, vedendo in esso non una minaccia, ma l’occasione per far fiorire la vita attraverso e oltre sé. La logica generativa implica un’esposizione e dunque un esodo. Un esodo che si produce sulle tracce di un Dio e non sull’altare di un idolo.

Silvio e Piera Crudo – FOS 05