Van Thuân, eroe di speranza nella persecuzione

Van Thuân, eroe di speranza nella persecuzione

Arcivescovo di Saigon, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace dal 1998 al 2002, curatore del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, formatore di vescovi e sacerdoti, vittima del regime comunista del Vietnam, imprigionato per 13 anni, di cui 9 in isolamento: “una vita spesa nell’adesione coerente ed eroica alla propria vocazione”. Questo e molto altro è stato il venerabile François Xavier Nguyên Van Thuân (1922-2002), cardinale vietnamita, esempio eroico di speranza, perdono e fede [1].

Più di tutto, lo ha caratterizzato la croce. La sua croce pettorale da vescovo era ricavata dal filo spinato del carcere. Ma era caratterizzato anche da un grande buon umore, ironia, preghiera incessante, affidamento totale e sereno alla Divina Volontà. Così lo ricordano alcune delle testimonianze raccolte nelle 1650 pagine della causa di beatificazione [6].

Quando i Vietcong conquistarono la capitale, perse lo zio, presidente del Vietnam, e il cugino. La famiglia Van Thuân era di alto livello, lui stesso parlava correntemente sette lingue. Fu imprigionato nel 1975 senza giudizio né sentenza. Di fatto scomparve, tanto che gli amici credettero che fosse morto. Ma in realtà, faceva apostolato, riscrivendo a memoria il breviario in piccoli fogli di carta essiccati e messaggi clandestini per la sua comunità cristiana, poi raccolti nel suo primo libro, “Il cammino della speranza”, tradotto in 12 lingue.

Ogni giorno celebrava Messa con tre gocce di vino e una di acqua nella mano, e prendeva l’eucarestia con il pane spezzato in piccoli bocconi che riusciva, attraverso un’ingegnosa rete, a far distribuire anche agli altri carcerati, e intanto stabiliva rapporti con i carcerieri. Questi venivano continuamente cambiati perché non si convertissero. Alla fine, dato che lo sforzo era inutile, mantennero sempre gli stessi carcerieri, per “limitare i danni”!

Viene da questi rapporti la costruzione della sua croce. Van Thuân riuscì a convincere una guardia a farsi intagliare una piccola croce di legno, che nascondeva nel sapone, mentre un’altra gli procurò un pezzo di filo elettrico con cui costruì una catenella, per appendere al collo la croce. Una croce che, rivestita di metallo, ha sempre penzolato al suo collo, anche dopo la nomina a cardinale.

“Mai un giudizio, mai un pur piccolo risentimento, un commento negativo. Era nella volontà di Dio e ad essa totalmente abbandonato sempre; ciò lui non lo affermava a parole, ma lo si poteva constatare di continuo osservandolo ed ascoltandolo”. [6]

Una sua frase frequentissima, che usava quasi come una giaculatoria in qualsiasi circostanza, era: «Occorre pregare molto!».

La preghiera era per lui una costante, in ogni momento della giornata, non che fosse avvezzo a ritirarsi per lunghe ore di preghiera, ma la sua vita stessa era preghiera!

Da dove derivava quella sua gioia per la vita, nonostante la persecuzione?

“Il cardinale è stato veramente, concretamente, incatenato, nei diversi luoghi di prigionia ove il regime comunista del Vietnam lo aveva recluso e perseguitato. Però sono state incatenate le sue gambe e le sue braccia, non lui, che, animato dalla speranza cristiana e dalla vicinanza di Dio, ha vissuto quelle catene in piena libertà interiore. Le catene dell’anima ce le mettiamo sempre da soli, gli altri possono semmai incatenare le nostre gambe o le nostre braccia. Il cardinale ci ha mostrato che per l’anima non esistono catene se non quelle del peccato. […]

Egli, incatenato, pregava, e la preghiera ha sempre un valore di liberazione personale e comunitaria. Egli, incatenato, si manteneva pienamente dentro la vita della Chiesa, celebrando quotidianamente l’Eucaristia, leggendo e rileggendo le pagine dell’Osservatore Romano che, in modo avventuroso, riceveva, vivendo la comunione con la Sede di Pietro. Egli, incatenato, fece brillare nel suo volto la gioia e la serenità della fede cattolica e convertì, ossia liberò, lui che era prigioniero, i suoi carcerieri”. [8]

Arrestato il giorno dell’Assunta nel 1974, verrà rilasciato il 21 novembre 1988, festa della Presentazione della Beata Vergine Maria, concomitanza che egli commento così: «La Madonna mi libera». Mentre prosegue la causa di beatificazione, questo eroico sacerdote è già riconosciuto “maestro e ministro di speranza cristiana” [1, 2].

«Il ricordo del cardinale Van Thuân, testimone della speranza, è sempre vivo ed è una presenza spirituale che continua a portare la sua benedizione». Sono le parole di Papa Francesco nel luglio 2013 [2, 3]. In quell’occasione, il cardinale Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha invitato i presenti a pregare non solo per se stessi, ma anche per coloro che ci perseguitano [4].

Nell’Esortazione apostolica post-sinodale Christus vivit [5], Papa Francesco lo ha indicato come esempio per i giovani [4] al n. 148: “… quando fu imprigionato in un campo di concentramento, non volle che i suoi giorni consistessero soltanto nell’attendere e sperare un futuro. Scelse di «vivere il momento presente riempiendolo d’amore»; e il modo in cui lo realizzava era questo: «Afferro le occasioni che si presentano ogni giorno, per compiere azioni ordinarie in un modo straordinario» [7]. Mentre lotti per realizzare i tuoi sogni, vivi pienamente l’oggi, donalo interamente e riempi d’amore ogni momento. Perché è vero che questo giorno della tua giovinezza può essere l’ultimo, e allora vale la pena di viverlo con tutto il desiderio e con tutta la profondità possibili.”