Cercando un altro Egitto

CERCANDO UN ALTRO EGITTO

La speranza non è la convinzione che qualcosa andrà bene,

ma la certezza che qualcosa avrà senso

(p. Timothy Radcliffe, cit. da Luca Robino)

Può sembrare strano in questi giorni sovrapporre alle immagini di vetrine sfavillanti, di pacchi e luminarie, quella del vecchio Giuseppe che, confidando in un sogno, abbandona tutto e fugge lontano, magari in una barca come nell’illustrazione di Arcabas, per salvare il Bambino dalla prima, sanguinaria persecuzione e per immaginare un futuro completamente diverso dalle coreografie del presepe.  Ma è proprio la fuga l’unica soluzione possibile? Come se il Padre non avesse alternativa migliore per il destino del Figlio che quella di mandarlo in un paese straniero e forse ostile, come quando noi stessi non comprendiamo l’immediato e ce la prendiamo se le nostre preghiere non si sono concretizzate secondo i nostri desideri.

Quella prima persecuzione si ripete ancora oggi in molte parti del mondo, come ad esempio in Iran, dove quattro persone sorprese a festeggiare, privatamente, il Natale hanno subìto condanne a complessivi 45 anni di carcere[i], o come in Birmania, dove la Vigilia di Natale dell’anno scorso una folla di 50 persone ha attaccato un gruppo di cristiani durante la messa che si stava celebrando in un rifugio temporaneo[ii] .

E la domanda è di nuovo la stessa: perché da queste sofferenze non ci appare altra via di uscita che la fuga?

Il papa Francesco nella sua ultima omelia alle Catacombe di Priscilla per i defunti[iii], parlando dei cristiani perseguitati, ci aiuta a riflettere su tre parole: identità – posto – speranza.

L’identità è quella dei cristiani che vivono nei paesi dove la fede è un crimine, ed è l’identità delle Beatitudini, e il posto del cristiano è nelle mani di Dio:

“La nostra identità dice che saremo beati se ci perseguitano, se dicono ogni cosa contro di noi; ma se siamo nelle mani di Dio piagate di amore, siamo sicuri”

E infine (ci ritorniamo!) la speranza, che Francesco immagina come una corda legata ad un’àncora, gettata però nel fondo di un’altra riva: tante volte non vedremo l’àncora e forse nemmeno l’altra sponda.

Ecco che la fuga diventa così occasione di scoperta di una mano che ti sorregge o di una corda che ti sostiene, quando l’orizzonte non sembra altro che deserto, o mare in burrasca.