Speranza, Virtù bambina

La speranza vede ciò che ancora non è e che sarà.
Lei ama ciò che ancora non è e che sarà.
Nel futuro del tempo e dell’eternità.
(Charles Peguy – Il Portico del Mistero della Seconda Virtù)

Ring the bells that still can ring
Forget your perfect offering
There is a crack in everything
That’s how the light gets in.

(Leonard Cohen – Anthem)

 

 Charles Péguy, scrittore, poeta e saggista francese, pubblicò nel 1911 il poema “Il Portico del Mistero della Seconda Virtù”, opera ad una sola voce nel quale un’immaginaria Madame Gervaise spiega ad una giovane Giovanna d’Arco la forza e la singolarità della virtù della speranza. Nelle prime, straordinarie pagine, Péguy paragona le tre virtù teologali, creature di Dio, a tre sorelle: la Fede, una sposa fedele; la Carità, una madre amorosa; la Speranza, una piccola figlia da nulla, “venuta al mondo il giorno di Natale dell’anno scorso”. E s’avanzano, le tre sorelle, la bambina nel mezzo che quasi non la si guarda e non ci si fa attenzione, e si crede che siano le due grandi a tirarla. Ma non si vede il contrario, che è la bambina a tirare le due sorelle grandi, perché l’una vede ciò che è, la seconda ama ciò che è, ma la bambina vede e ama ciò che sarà. E fa camminare le due grandi, che senza di lei sarebbero niente, nel futuro del tempo e dell’eternità. La speranza guarda oltre la fissità del tempo presente, la speranza è un divenire. E nasce forse da un’inquietudine, quella del Buon Pastore di fronte alla pecora smarrita, il timore che possa perdersi e mancare all’appello della sera e che lo spinge a lasciare le pecore rimaste, i cento giusti restati nell’ovile in Fede e in Carità, per ritrovarla e aiutarla a tornare. L’inquietudine del Padre Misericordioso. Ferite, fragilità con i loro tremori e brividi, dalle quali zampilla la Speranza con i suoi fremiti.

Come nella favola delle due anfore: una nuova e perfetta, non perde una goccia d’acqua; l’altra vecchia, piena di crepe e fessure dalle quali l’acqua scivola via in gocce, continuamente, lungo la strada che il contadino percorre ogni giorno per portare l’acqua al suo villaggio. Ma quelle gocce faranno germogliare i fiori che il contadino ha seminato al lato del sentiero, quello su cui sporge, dalla groppa di un asino, l’anfora crepata: “siamo tutti pieni di ferite e screpolature, ma se lo vogliam, possiamo fare meraviglie con le nostre imperfezioni” (da Bruno Ferrero – La vita è tutto quello che abbiamo).

Così attraverso una crepa passa la luce, e siamo a Leonard Cohen e alla sua Anthem: “Suona le campane che ancora possono suonare, dimentica la tua offerta perfetta, c’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce”. Dimentica l’ossessione della perfezione, la nascita tradita, il matrimonio consumato, le guerre che ancora si consumeranno, le colombe vendute e comprate: ci saranno ancora campane da suonare e la Virtù Bambina farà filtrare la luce dalle crepe della vita. Ma occorre vederla, la bambina, occorre accorgersene: essa cammina sempre fra le due sorelle grandi e ha un volto.

Anche il cinema ce lo può insegnare. In “Gran Torino”, film diretto e interpretato da Clint Eastwood, la speranza ha il volto di Thao e Sue, bambini che rompono le difese dell’astioso Walt Kowalski e lo trasformano, rendendolo capace di gesti di amore prima sconosciuti (la Speranza ama ciò che sarà). In “Lo chiamavano Jeeg Robot”, del regista italiano Gabriele Mainetti, essa ha il volto di Alessia, bambina in un corpo di donna, che con la sua narrazione onirica offre ad Enzo un’altra consapevolezza di sé, trasformandolo da balordo di periferia dedito al furto in supereroe in lotta per il bene (la speranza vede ciò che sarà).

La speranza forse ha anche il volto di Simon Berger, artista svizzero classe 1976, che ha scelto come materiale d’elezione il vetro e una tecnica del tutto particolare: egli realizza ritratti scolpendo crepe sul vetro, come si può vedere nell’immagine che introduce questo editoriale. Distruggere per creare, vedere quello che sarà. La vetrata guardata da vicino appare come un ammasso informe di crepe, allontanandosene l’opera si disvela in un formidabile ritratto di donna. Dalle crepe alla luce.

Con questa visione tra il mistico e il poetico abbiamo scelto di introdurre il tema della Speranza, al quale sarà dedicata la prossima Giornata dei Settori, e questa NL autunnale, che come da tradizione degli ultimi anni vuole accompagnarci verso la suddetta Giornata. Non avendo strumenti adeguati ad affrontare il tema dal punto di vista teologico e filosofico, abbiamo scelto di dare spazio al dato esperienziale, raccogliendo contributi che raccontassero l’incontro con la Virtù Bambina, preceduti dall’estratto del poema di Péguy al quale ci siamo riferiti, e dal quale abbiamo pescato a piene mani per questo editoriale.

Note:

  • La canzone di Leonard Cohen non la si conosceva di per sé, ma ci si è arrivati da una citazione sull’ultima pagina del n° 164 della serie regolare di Nathan Never, fumetto edito da Bonelli Editore, al quale va il ns. doveroso tributo;
  • All’opera di Simon Berger ci si è arrivati pescando a strascico nel web e nei social network;

quindi

  • L’oro lo puoi trovare dove meno te lo aspetti e quando non lo stai cercando.

 Achille Gallo e Gabriella Paglia (TO68)