La conversione di Barabba

Una quindicina di anni fa usciva nelle sale cinematografiche di tutto il mondo una pellicola controversa: The passion of the Christ (La passione di Cristo) di Mel Gibson. Sulla base dei racconti evangelici e delle visioni mistiche di Anna Katharina Emmerick, il film racconta in modo estremamente realistico le ultime dodici ore della vita di Cristo, quando la violenza umana prende il sopravvento e la “croce” palesa tutta la sofferenza possibile.

Le riprese furono eseguite interamente tra la Basilicata e gli studi di Cinecittà e, per volere dello stesso regista, ai protagonisti fu richiesto di immedesimarsi nei propri personaggi, tanto che, sia l’interprete di Gesù Jim Caviezel, sia il regista Mel Gibson trascorsero un mese intero a Medjugorje in ritiro, con frequenti salite al Krizevac, il monte della croce.

A Pietro Sarubbi invece, attore perlopiù noto per la partecipazione alla soap opera “Vivere” e soprannominato “veleno” per il pessimo carattere, Mel Gibson propone la parte di Barabba: tuttavia il ruolo è apparentemente secondario e non prevede nemmeno una battuta, ma solo un gioco di sguardi tra Cristo e lo Zelota.

No, tu sei Barabba – insiste Gibson alle rimostranze di Sarubbi – sei un uomo abbruttito dal carcere, dalle torture dei Romani, un cane feroce, un pittbull, ma dentro hai il cuore d’oro. Solo Cristo, però, se ne è accorto”.

Ma Barabba non parla nemmeno, fammi fare qualche battuta!” – incalza Sarubbi .

“Eh no – gli replica Gibson – tu parli solo con gli occhi, devi esprimere la tua umanità con gli occhi!”

La scena, benché duri in tutto sette minuti, richiede tre settimane di preparazione e oltre sessanta ciak di ripresa; inoltre, solo nella seconda settimana i due attori iniziano a lavorare insieme.

Un giorno, durante le riprese – dichiara Sarubbi – al momento di scendere dalle scale del Sinedrio, sentii come una leggera scossa mista a una sensazione di calore sulla spalla destra. Mi voltai e rimasi spiazzato dallo sguardo enorme e soave dell’attore che interpretava Gesù; un’emozione forte, indescrivibile che d’improvviso mi cambiò il cuore“.

Barabba-Sarubbi, uomo tutt’altro che avvezzo a pratiche religiose, ha bisogno di tempo per capire; egli non è come il Cireneo che in un attimo stravolge la propria quotidianità, e nemmeno come Pilato, che comprende tutto ma, specchio dell’uomo moderno, non ha il cuore di seguire Cristo.

Lo sguardo del Cristo sofferente, seppur interpretato da un attore, infrange così  la sua scintillante vetrina da soap opera, e, anche a costo dell’emarginazione  all’interno dell’ambiente cinematografico dove parlare di conversione non è certo di tendenza, porta Pietro Sarubbi ad intraprendere un percorso di speranza: “Oggi comprendo che Barabba è il simbolo della nostra società sofferente e rappresenta l’uomo di cui Gesù prende il posto, caricandosi dei peccati dell’intera umanità … in questi anni mi sono sposato e cresimato in chiesa, mentre tutti i miei figli sono battezzati. Dopo la conversione ho scoperto anche l’importanza della preghiera, soprattutto quella per gli altri. Per me è più facile avere un rapporto con la Madonna: sento che Lei mi accoglie, perdona e rigenera. Nei confronti di Gesù ho ancora un certo timore reverenziale, anche in ricordo di quello sguardo…”