La corresponsabilità della famiglia oggi: una risorsa per il futuro della società

Partirei dalla seconda parte del titolo, dalla parola risorsa, per arrivare poi in conclusione alla corresponsabilità.

Nell’odierno panorama storico-culturale, l’idea della famiglia “risorsa” viene usata facilmente, ma in realtà non è così scontata. Da un lato, la famiglia può essere ed è risorsa per sé stessa (lo testimoniano gli alti apprezzamenti sul grado di soddisfazione della propria vita familiare), dall’altro può anche (drammaticamente) non esserlo, nel caso ad esempio delle cosiddette “famiglie disfunzionali”, o dei tragici casi di efferata violenza intra familiare di cui sono ricche le cronache. Ma è soprattutto sul versante civile che l’essere risorsa della famiglia si carica di ambiguità, o meglio di possibili effetti perversi. Se la famiglia è certamente risorsa per il welfare, trattandosi di uno dei più importanti generatori di esternalità sociali positive, nello stesso tempo le istituzioni (a partire dallo Stato) troppo spesso scaricano su di essa pesi e compiti impropri, che in realtà toccherebbero ad adeguati interventi di politica familiare. È la famosa (quanto brutta) definizione della famiglia quale “principale ammortizzatore sociale”, mai così abusata come in questo tempo. Avvertiti di questo, vediamo ora quali sono le principali fattispecie di esternalità sociali positive. Per ognuna, mostreremo poi brevemente quanto questa esternalità sia concretamente riconosciuta e sostenuta dalla società.

Figura 1 – Tasso di fecondità totale per cittadinanza della madre

Prima esternalità, la riproduzione della società. La decisione di mettere al mondo figli è un atto privato che, tuttavia, produce effetti positivi sul piano collettivo, come sanno tutti coloro che si occupano di transizioni demografiche e di equilibri economico-finanziari fra le generazioni. Una società che ha un tasso di fecondità bassissimo (come la nostra), è una società che invecchia, una società che per comprensibili ragioni non è in grado di sostenere stabilmente nel tempo quel tasso di imprenditorialità che è necessario a rendere vitale il sistema economico.

La famiglia oggi in Italia riesce a far fronte a questo suo primario compito?  Il tasso di fecondità (vedi Figura 1), è attualmente attorno all’ 1,32 figli per donna in età feconda (1,46 nel 2010), ma va segnalato che le donne italiane hanno in media una fecondità 1,24 figli (1,34 nel 2010), a fronte di 1,98 (2,43 nel 2010) delle cittadine straniere residenti. Questo dato indica che la famiglia italiana non riesce a riprodurre sé stessa, mettendo a rischio la tenuta dell’intera società. Basta guardare alcuni dati significativi: al primo gennaio 2019 i giovani 0-19 anni sono ormai meno degli ultrasessantacinquenni (10.980.000 contro 13.645.000), in trent’anni gli ultra-ottantacinquenni sono quadruplicati. Fatti cento nel 1950 sia la popolazione residente sia la popolazione attiva nel mondo del lavoro, nel 2050 i residenti saranno 125 e i lavoratori saranno scesi a 90. Può reggere una società così?

A fronte di ciò, è difficile rintracciare negli ultimi tre decenni un qualche provvedimento legislativo incisivo, sistematico e continuativo inteso ad aiutare le famiglie italiane ad avere i figli che desidererebbero (circa due per coppia, secondo tutte le indagini).

Una seconda forma di esternalità positiva concerne l’integrazione e la redistribuzione dei redditi da lavoro. È a tutti nota la capacità della famiglia di riequilibrare la distribuzione personale dei redditi, la quale tende a divenire meno diseguale quando si passa dalla distribuzione personale a quella familiare. In questo senso, la famiglia si configura come un potente equilibratore sociale, fungendo da punto di raccolta e di smistamento dei redditi dei propri membri. Si badi che la funzione redistributiva non riguarda più, come in passato, prevalentemente la famiglia nucleare, ma sempre più spesso la catena generazionale (nipoti, genitori adulti, nonni).

Anche qui, domandiamoci: la famiglia è messa in condizione di affrontare al meglio questa sua funzione, questa sua modalità di essere risorsa? La risposta la troviamo in modo molto eloquente nei dati sulla povertà in Italia. Secondo l’Eurostat (l’istituto di statistica ufficiale dell’Unione Europea), su 10 Paesi europei che offrono dati comparabili (Grecia, Spagna, Italia, Polonia, Romania, Gran Bretagna, Germania, Francia, Repubblica Ceca, Svezia), nel 2016 tra le famiglie a rischio di povertà l’Italia era seconda per le famiglie con tre o più figli, terza per quelle con un figlio solo. Secondo il recente Rapporto Istat 2018, tra il 2008 e il 2018 la povertà nelle famiglie numerose, di 5 o più componenti, è cresciuta dal 24,9% al 30,2%, un dato che nel Sud arriva al 40,8%. Fra le categorie a rischio vi sono le famiglie mono genitoriali (dall’11,8% al 15,3%) e le famiglie di pensionati in cui almeno un componente non ha mai lavorato. Povertà aumentata anche tra le famiglie che hanno come persona di riferimento un lavoratore autonomo (dal 6,2% al 11,6%) o con un titolo di studio medio-alto (dal 4,8% ai 6,5%).

In terzo luogo, la famiglia è l’istituzione che più di ogni altra sostiene e tutela i “Soggetti deboli”, dai bambini in età prescolare agli anziani non autosufficienti, dalla cura dei disabili all’assistenza dei malati. Un solo dato, tratto dal Rapporto sul welfare del Forum Terzo Settore e riportato nella tabella qui sotto, chiarisce molto bene in che senso e in quale misura la famiglia, soprattutto in Italia, svolge questa funzione di tutela e sostegno. Come si può notare, vi è una distanza notevolissima tra l’Italia rispetto e gli altri Paesi europei nel livello di coinvolgimento delle varie generazioni in attività di cura reciproca.

Bisogni e cure informali in alcuni Paesi europei

 

PaeseAssistenza ai figli adulti fornita da genitori non conviventi (ore medie annue)Assistenza ad anziani che vivono soli da figli e/o nipoti non conviventi (ore medie annue)
Danimarca382218
Svezia388330
Francia742736
Austria820470
Germania689668
Italia1.4431.296

In questo ambito la famiglia è una risorsa effettiva, ma tra le varie esternalità sociali positive che siamo venuti elencando, questa è anche una delle meno riconosciute, specie in questi ultimi difficili anni di crisi. Da un articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera traggo qualche passaggio di una storia vera, che illustra più potentemente di qualsiasi statistica cosa intendiamo: «Gloriano fa l’elettricista, Mariagrazia lavorava in una fabbrica tessile finché, 28 anni fa, non fu costretta a mollare tutto per seguire la figlia Giulia, colpita da “insufficienza mentale medio-grave in para-paresi spastica, scoliosi e invalidità al 100% con necessità di assistenza continua”. Un calvario. Una vita intera inchiodata minuto per minuto, giorno dopo giorno, anno dopo anno a quella missione. Unici momenti di tregua, indispensabili per respirare e non impazzire, quelli in cui Giulia veniva affidata a strutture di assistenza, una soluzione che l’anno scorso aveva permesso a Gloriano e Mariagrazia di fare perfino una breve vacanza. Costava 27 euro al giorno, alla famiglia, l’accoglienza di Giulia in una comunità alloggio. Poi, prima di Natale è stato comunicato che il contributo familiare sarebbe salito a 92 euro e 68 centesimi, cioè la quota alberghiera totale. Troppi, per chi riceve dallo Stato, per prendersi cura 24 su 24 di quella figlia totalmente disabile una pensione lorda mensile di 270,60 euro più l’indennità di accompagnamento di 487,39 euro. Facciamo due conti? Questi disabili non anziani sarebbero circa 400 mila. Se le famiglie, abbandonate a sé stesse, fossero obbligate a scaricare figli e fratelli sul groppone dello Stato, questo sarebbe obbligato a costruire strutture per un costo minimo di 52 miliardi, per poi assumere personale per almeno altri 7 miliardi l’anno. Un peso enorme, del quale l’Italia di oggi non potrebbe assolutamente farsi carico». Ogni commento è superfluo.

La domanda cruciale e al tempo stesso largamente retorica che dobbiamo porci allora è: la società, intesa in tutte le sue accezioni, riconosce veramente la famiglia come risorsa, o si limita a sfruttarla spremendone le forze fino alla consunzione? Detto in altri termini, le politiche familiari in Italia sono coerenti con un vero riconoscimento della famiglia come risorsa per il nostro futuro?

La risposta è (drammaticamente) negativa, e non da ora. Ecco qualche esempio. Il Rapporto dello European Observatory on Family Policy, organo della Commissione delle Comunità Europee, già nel 1990 così si esprimeva nei confronti del nostro Paese: “L’Italia non ha una politica familiare intesa esplicitamente come tale. Né le istituzioni di governo né i partiti politici hanno politiche chiare e specifiche, nel senso di un programma globale e autonomo dotato di obiettivi specifici riguardanti la famiglia…”

Dopo ventotto anni, questa è la situazione fotografata dall’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia (di emanazione governativa): «L’Italia, contrariamente ad altri Paesi europei, non ha sinora avuto un Piano nazionale di politiche familiari, inteso come un quadro organico e di medio termine di politiche specificatamente rivolte alla famiglia, cioè aventi la famiglia come destinatario e come soggetto degli interventi. Hanno largamente prevalso interventi frammentati e di breve periodo, di corto raggio, volti a risolvere alcuni specifici problemi delle famiglie senza una considerazione complessiva del ruolo che esse svolgono nella nostra società, oppure si sono avuti interventi che solo indirettamente e talvolta senza una piena consapevolezza hanno avuto (anche) la famiglia come destinatario». Le conferme dì una cronica, gravissima “disattenzione” nei confronti della famiglia la si è avuta in ciò che è successo dopo il 2008. A partire da quell’anno infatti, come dimostra il grafico sottostante, i fondi hanno subito ridimensionamenti fino a che la legge finanziaria per il 2011 li aveva quasi azzerati (la somma stanziata per il 2011 era infatti crollata a 349,1 milioni di euro). Non è difficile comprendere perché in questa situazione Gloriano e Mariagrazia abbiano dovuto pagarsi per intero l’accoglienza della figlia.

Dopo il 2011, come si vede dal grafico, la situazione è gradualmente migliorata (soprattutto per la pressione di Regioni, Enti Locali e Forum delle Associazioni Familiari). Tale inversione di tendenza deve tuttavia essere confermata nei prossimi anni. Ma questo atteggiamento “ondivago” espone le politiche familiari a una costante incertezza. Incertezza che si rivela essere il vero problema perché la famiglia possa svolgere il proprio compito sociale. Essere un’effettiva risorsa, in queste condizioni, è sempre più difficile: la famiglia è sovraccaricata e non supportata. Ma qual è la causa profonda, radicale di tutto ciò? La mancanza di consapevolezza, ad ogni livello, di come la famiglia sia veramente risorsa per la società, di quale sia il suo vero ruolo nel contesto della società, e quindi la mancanza delle condizioni essenziali perché famiglia e società si considerino corresponsabili.

Figura 2. Andamento dei fondi sociali nel periodo 2008-2018 (in milioni di €)

 Essa è risorsa non solo e non tanto perché fa delle cose (e ne fa tante, come abbiamo visto), ma soprattutto per come le fa: in quanto sottosistema societario, che genera – solo lui – il capitale sociale primario. Ciò che normalmente manca o è fortemente carente, sia nelle istituzioni dello stato sia nelle famiglie, è una visione sistemica e relazionale della famiglia stessa, o per meglio dire la considerazione dell’insieme delle famiglie come un sottosistema della società, accanto e in relazione con gli altri sottosistemi riconosciuti: l’economia (e i relativi mercati), il governo politico (e la relativa amministrazione), le associazioni e le organizzazioni autonome. Ciascuna di queste sfere è cresciuta sulla base di un proprio codice simbolico, con propri mezzi materiali, specifici e generali, di interscambio con le altre sfere, ha edificato le proprie istituzioni, ha codificato i propri diritti e doveri. Ma se per quanto riguarda gli altri sotto­sistemi la consapevolezza è ovvia e diffusa, e nessuno si sognerebbe di contestarla o ignorarla, la famiglia è stato finora il sottosistema meno riconosciuto e più penalizzato. Questo è un fatto molto grave, che sta alla base della mancanza di una politica familiare adeguata nel nostro Paese.

La famiglia in realtà è sottosistema perché assolve funzioni per l’intera società; lo fa in costante connessione con tutti gli altri sottosistemi; è insostituibile, cioè non ammette equivalenti funzionali. Le indubbie condizioni di difficoltà in cui versa come istituzione, lungi dal diminuirne l’importanza, ne accrescono ancora di più la rilevanza sociale, seppure in modo per così dire «latente» e non riconosciuto. La famiglia, intesa non come struttura fissa e immutabile, ma come relazione personale dinamica, come istituzione e gruppo sociale nel contempo, senza che si possa cancellare l’uno o l’altro di questi termini, è e rimarrà l’elemento fondamentale di mediazione del rapporto, sempre complesso e in divenire, tra natura e cultura, privato e pubblico, individuo e società. Questa in definitiva è l’essenza del suo compito sociale, qui si trova la corresponsabilità tra famiglia e società, e in questo senso, la famiglia rimane una risorsa per il futuro della nostra società.

Piera e Silvio Crudo – Fossano 1 (rielaborazione da Pietro Boffi -Centro Internazionale di studi sulla Famiglia)