L’umanesimo “umano” di Papa Francesco

Estratto dal discorso ai rappresentanti del V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana tenuto nella cattedrale di Firenze, Santa Maria del Fiore, il 10 novembre 2015.

Se non avete tempo o voglia di sorbirvi troppi scritti sul “nuovo umanesimo cristiano”, andatevi solo a leggere – con attenzione! – il discorso di Papa Francesco ai rappresentanti del V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana tenuto nella cattedrale di Firenze, Santa Maria del Fiore, il 10 novembre 2015: c’è tutto … e di più*.

Che senso dare all’essere umano?

Qual è la sua espressione più compiuta e perfetta? Leggendo le parole del Papa si comprende come Cristo Gesù non abbia proposto un modello di umanità disincarnato o comunque distante dalla sua intrinseca natura, alienato in una prospettiva di pienezza tutta ultraterrena. Ha proposto, al contrario, proprio la sua completa realizzazione già su questa terra, portando a testimone e modello se stesso: “Ecce homo!” (ecco l’uomo!). Ma di quale uomo si tratta? Di quello giudicato e massacrato sotto Ponzio Pilato che diventa però, come cancelleresco della cupola di Santa Maria del Fiore, il giudice sommo e universale dell’umanità. “Se questo è un uomo …” si chiede – e ci chiede – Primo Levi. “Sì, eccolo l’uomo” risponde il Cristo, ed io sarò accanto a lui perché io stesso mi sono “fatto uomo” fino a questo punto. E sull’amore per questo uomo tutti voi sarete giudicati: siete state persone degne e capaci di una vita piena se mi avete riconosciuto, con amore, negli ultimi. Mi avete dato da mangiare quando ero affamato e da bere quando ero assetato (Mt 25,31-43). Così, come lui si è fatto uomo con noi, noi potremo farci Dio con lui.

“E voi, chi dite che io sia?” (Mt 16,15) L’umanesimo del Vangelo è il Dio “svuotato”, il suo “volto di misericordia”. L’”Ecce homo!” di Pilato contro l’”Homo homini lupus” di Thomas Hobbes. E Papa Francesco indica tre “sentimenti” che caratterizzano l’umanesimo cristiano:

  1. Umiltà: «Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso» (Fil 2,3), non cerchi il potere (anche come Chiesa), non accetti la sopraffazione…
  2. Disinteresse: altruismo e solidarietà in antitesi al narcisismo e all’autoreferenzialità…
  3. Beatitudine: se si è uomini realizzati pienamente, si è santi e beati già su questa terra.

Messaggio che Francesco sviluppa ulteriormente nella esortazione apostolica “Gaudete et exultate” (Capitolo III “Alla luce del Maestro”, paragrafi 63-94)

Il Papa mette poi in guardia circa due “tentazioni” che i credenti possono avere, spesso in buona fede, nel proporre un umanesimo cristiano che a immagine di Cristo proprio non è… Sono le antiche tentazioni degli scribi e dei farisei che Gesù sconfessa nei Vangeli:

  1. La tentazione gli scribi (teologicamente parlando, la tentazione dello gnosticismo): basare l’umanesimo cristiano sulla conoscenza e sul ragionamento. E’ la deriva intellettuale che si dimentica dell’amore ai fratelli… “avevo sete…”. E qui Francesco fa una citazione tutta sua: don Camillo! “Mi colpisce come nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente. Di sé don Camillo diceva: «Sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno, li ama, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro». Vicinanza alla gente e preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto. Se perdiamo questo contatto con il popolo fedele di Dio perdiamo in umanità e non andiamo da nessuna parte”.
  2. La tentazione dei farisei (teologicamente parlando, la tentazione del pelagianesimo): fare affidamento sull’operatività. Norme, comportamenti, riti, strutture e organizzazione invece del soffio dello Spirito, come i farisei si rifugiavano nei precetti esteriori e nel potere della casta. L’umanesimo cristiano non deve cadere nel fondamentalismo e nel conservatorismo: “La Chiesa italiana si lasci portare dal soffio potente dello Spirito e per questo, a volte, inquietante. Assuma sempre lo spirito dei suoi grandi esploratori, che sulle navi sono stati appassionati della navigazione in mare aperto e non spaventati dalle frontiere e delle tempeste. Sia una Chiesa libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. E, incontrando la gente lungo le sue strade, assuma il proposito di san Paolo: «Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno» (1 Cor 9,22)”.

I fari che ci devono guidare nell’essere pienamente uomini, sotto il profilo non solo speculativo ma soprattutto pratico, sono quindi l’inclusione sociale, l’opzione per i poveri, il dialogo e l’incontro con tutti. “Vediamo Gesù che mangia e beve con i peccatori (Mc 2,16; Mt 11,19); contempliamolo mentre conversa con la samaritana (Gv 4,7-26); spiamolo mentre incontra di notte Nicodemo (Gv 3,1-21); gustiamo con affetto la scena di Lui che si fa ungere i piedi da una prostituta (cfr Lc 7,36-50); sentiamo la sua saliva sulla punta della nostra lingua che così si scioglie (Mc 7,33). Ammiriamo la «simpatia di tutto il popolo» che circonda i suoi discepoli, cioè noi, e sperimentiamo la loro «letizia e semplicità di cuore» (At 2,46-47)”.

L’ideale di uomo che propone Gesù, nel pensiero di Francesco, non è un individuo isolato, autoreferenziale, ma un individuo relazionato, “senza paura di compiere l’esodo necessario ad ogni autentico dialogo” e di costruire “piazze ed ospedali da campo” invece di “muri e frontiere”.

La cornice di Firenze e della sua cattedrale deve aver certamente ispirato Francesco a sottolineare come l’umanesimo cristiano non sia indifferente alla dimensione estetica, che bellezza e amore per i nostri simili possano felicemente sposarsi anche in una dimensione comunitaria di impegno civico, aperta a tutti gli uomini di buona volontà. “Siamo qui a Firenze, città della bellezza. Quanta bellezza in questa città è stata messa a servizio della carità! Penso allo Spedale degli Innocenti, ad esempio. Una delle prime architetture rinascimentali è stata creata per il servizio di bambini abbandonati e madri disperate. Spesso queste mamme lasciavano, insieme ai neonati, delle medaglie spezzate a metà, con le quali speravano, presentando l’altra metà, di poter riconoscere i propri figli in tempi migliori. Ecco, dobbiamo immaginare che i nostri poveri abbiano una medaglia spezzata. Noi abbiamo l’altra metà. Perché la Chiesa madre ha in Italia metà della medaglia di tutti e riconosce tutti i suoi figli abbandonati, oppressi, affaticati. E questo da sempre è una delle vostre virtù, perché ben sapete che il Signore ha versato il suo sangue non per alcuni, né per pochi né per molti, ma per tutti”.

Franca e Ugo Marchisio

* Potete trovare il testo integrale del discorso del papa cliccando qui.