Il Logos Spezzato – Tempo per un nuovo umanesimo

“Il singolo non può essere libero se tutti non sono liberi e tutti non possono essere liberi se tutti non sono liberi nella comunità”

Jürgen Habermas

“.. finché un uomo ti incontra e non si riconosce
e ogni terra si accende e si arrende la pace…”

(F. De André – Khorakhané)

“Ciascuno cresce solo se sognato”

Danilo Dolci

En archè en o lògos …, l’incipit del Vangelo di San Giovanni. In principio era la parola, e la parola era presso il Dio e la parola era Dio.

Lògos è la parola creatrice di Dio, che genera relazioni, crea legami, unisce. La parola è vita, senza parola non ci può essere vita. Si narra che Federico II di Svevia, alla ricerca di quale fosse la lingua madre originaria, diede ordine di allevare alcuni bambini senza che gli fosse mai rivolta la parola, ritenendo così che essi avrebbero spontaneamente sviluppato questa lingua primigenia, quale che fosse: i bambini, privati delle parole morirono tutti.

Parola, relazione, ponte. Il ponte unisce, crea anch’esso scambio, legame, relazione, comunità; anche il ponte genera vita.

Il 14 agosto 2018 a Genova un ponte s’è spezzato, e con esso vite, relazioni, una comunità, un Paese.

Quel ponte spezzato è metafora di un Paese diviso, di un tessuto di relazioni lacerato da un odio crescente che si dispiega in tutte le manifestazioni del vivere pubblico e privato, una marea montante che divide e separa in un contesto dove l’affermazione della propria identità si basa sulla negazione dell’identità dell’altro. Ci si incontra ma non ci si riconosce, non si riconosce la comune umanità; l’altro diventa un nemico da odiare e da combattere per l’affermazione di sé. In Italia, e non soltanto.

Qualche settimana fa ho visitato per lavoro uno stabilimento a Debrecen, Ungheria. Il direttore era un francese. A pranzo con lui e altri responsabili aziendali, inevitabili battute (in inglese) sulla fantasmagorica amicizia tra il nostro Ministro dell’Interno e il loro (degli ungheresi) Primo Ministro. Poi il direttore mi dice (in francese, perché non lo capissero): “Questa gente ha bisogno di un nemico da odiare”. Così.

Quanta gente ha bisogno di un nemico da odiare?

E quanto allora è urgente tornare a guardare il volto dell’altro per riconoscervi, come in uno specchio, la nostra umanità?

Riconoscervi il volto di tutta l’umanità, il volto di Cristo?

Parte da queste domande la riflessione sul “Nuovo Umanesimo” che l’Equipe Regionale proporrà nelle Giornate dei Settori di novembre e che questa Newsletter vuole introdurre, con una proposta di contributi orientati a far luce sul significato di questa locuzione, che è stata la traccia preparatoria del V CONVEGNO NAZIONALE DELLA CHIESA ITALIANA, tenutosi a Firenze nel mese di novembre 2015.

In questo percorso ci faremo accompagnare da Don Roberto Repole, Consigliere Spirituale dell’équipe TO90, e dalle parole di papa Francesco, con un estratto del suo discorso introduttivo ai rappresentanti del Convegno Nazionale di Firenze. Amplieremo il nostro sguardo su un contributo che arriva dal mondo scientifico, con l’aiuto di Elena Crudo che ci introdurrà alla Teoria U di Otto Scharmer, e ascolteremo una testimonianza dal Raduno Internazionale di Fatima che ci offre un’esperienza viva di accoglienza, illuminata dal volto di Gesù Cristo e sorretta proprio da quelli che paiono essere i principi fondanti del Nuovo Umanesimo. E per finire le tracce di quelli che saranno gli interventi dei relatori alle Giornate dei Settori di Torino e Fossano/Savigliano.

Riprendendo in conclusione la citazione di Danilo Dolci, tratta da una sua poesia, mi piace pensare che in principio, quando era il lògos, qualcuno ci ha sognati, e che all’incirca duemila anni fa quel qualcuno ci ha sognato ancora perché fossimo diversi. E come sarebbe bello che potessimo sognare gli altri come ora non sono.

Achille Gallo (TO68)

Grazie a Giorgio Rivolta, amico e filosofo, per la citazione di Habermas; a Kristian Fabbri, membro del Gruppo Facebook “Amici di Radio 3”, che mi ha portato a scoprire la poesia di Danilo Dolci; a Fabrizio De André, in saecula saeculorum.