C’è un tempo per vivere e un tempo per morire

C’è un tempo per nascere e un tempo per morire

Ecclesiaste 3, 2

Sei l’ospite d’onore del ballo che per te suoniamo

posa la falce e danza tondo a tondo

giro di una danza e poi un altro ancora

e tu del tempo non sei più Signora

A. Branduardi – Ballo in Fa Diesis Minore 

Quando si è nello stato terminale,

l’attaccamento alla vita non è alla “buona vita”,

ma alla vita senza qualificazioni e l’unica cosa che si chiede è

l’alimento per eccellenza della vita, l’amore.

Vale

 

Ho amato Bree Daniels come se non ci fosse domani. La amo, come se non ci fosse domani. L’avevo perduta. La ritrovo con l’aiuto del mio amico ispettore. Bree sta morendo, è malata terminale di AIDS; effetti collaterali del mestiere più antico del mondo, il suo. Vado a trovarla al St. Mary Hospital, lei non vorrebbe, non vuole che la guardi morire. Fuori mi perdo nelle strade innevate di Londra, io con la mia giacchetta nera; il freddo è polare, ma non importa, è dentro che ho freddo. Non posso accettare che lei muoia. Faccio un patto con la Morte. La incontro quando torno al capezzale di Bree. Gli offro la mia vita in cambio, Lei dice no. Insisto, supplico, Lei si commuove (ebbene sì, posso vantarmi di aver commosso anche la morte). E mi propone il patto: una vita per una vita, dovrò uccidere qualcuno e Bree vivrà, e non vale uccidere me stesso. Accetto, ho 48 ore di tempo. Esco sconvolto, dove troverò il coraggio vigliacco di uccidere un innocente? Poi capisco cosa devo fare. Me lo suggerisce senza volere il mio amico ispettore. Do la caccia al serial killer Johnny Dark, l’Uomo Invisibile. Lo trovo e lo affronto nel desolante scenario di una vecchia fabbrica abbandonata. Un duello feroce. Alla fine lo uccido e lui mi uccide. È finita, Bree è salva. E invece no, eccomi di nuovo ai piedi del suo letto d’ospedale. La Morte dice che ha dovuto salvare me, una vita per una vita, la mia in cambio di quella di Johnny Dark, non era il mio momento. Dice le dispiace, proprio così. Grido, piango, imploro ma devo accettare. Bree mi dice addio, e per la prima volta nella sua vita pronuncia il mio nome correttamente. Poi vola via mano nella mano con la Morte, sul viso il sorriso più dolce che io abbia mai visto. Mi addormento sul pavimento di quella stanza di ospedale, la luce dell’alba filtrando dalla finestra mi avvolge come una coperta. Tepore, amore.

Questo, in una sintesi estrema ed indegna, il soggetto del numero 88 della serie regolare di Dylan Dog, intitolato Oltre la morte.

Oltre, appunto. È sempre più difficile morire, accettare che si possa morire. Eppure è un evento inscritto nel nostro essere umani, parte costituiva della nostra finitezza, un dato ontologico, si potrebbe dire. Ma il progresso scientifico e tecnologico ha spostato e sposta gli orizzonti sempre più in là, rendendo possibile un prolungamento della vita fino a pochi anni fa inimmaginabile; il resto lo fa il tessuto sbrindellato, sociale e culturale, in cui siamo immersi.
Si sente dire spesso che la nostra è una cultura di morte, ma forse non è così, o non solo: la nostra è forse anche una cultura della vita ad oltranza, della vita fine a se stessa, che non vede oltre se stessa, che non vede oltre la morte. Una cappa di nichilismo avvolge questa concezione. Ma noi che ci diciamo Cristiani, non dovremmo essere capaci di guardare “oltre la morte”, ad una promessa di resurrezione, all’eterno? Accettare dunque la morte, non come la fine di tutto ma solo di un capitolo del grande libro dell’eternità?

Il 31 gennaio 2018 è entrata in vigore la “Legge n. 219 del 22 dicembre 2017, Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, volgarmente conosciuta come legge del testamento biologico. Una norma controversa, a lungo attesa, la cui gestazione parlamentare è stata caratterizzata da un aspro dibattito (per non dire scontro) di natura prevalentemente ideologica, che tuttora continua, sia pur in tono minore, rischiando di oscurare le ragioni profonde che hanno ispirato il legislatore e le implicazioni morali che essa comporta. Ed è soprattutto sulle implicazioni morali che come Cristiani siamo chiamati ad interrogarci e a dare risposte, laddove per morale si intenda correttamente la prassi, cioè l’agire secondo criteri etici declinandoli nelle situazioni concrete dove siamo chiamati a vivere.

Ha scritto Francesco D’Agostino sul Sole 24 Ore del 15 dicembre 2017:
“La medicina sta cambiando sotto i nostri occhi e la bioetica richiede soluzioni nuove per dilemmi nuovi. Coloro che sostengono che di una nuova legge non ci sarebbe stato alcun bisogno hanno, ahimè, perso il contatto con la realtà. Come hanno perso il contatto con la realtà coloro che vorrebbero fare della legge approvata il trampolino per una futura politica sanitaria tutta centrata su pazienti dotati di personalità forti, lucide, fredde, prive di dubbi e di tentennamenti: personalità, ahimè, lontanissime da quelle che caratterizzano i malati reali, soggetti ordinariamente fragili, deboli, impauriti, bisognosi di conforto e di sostegno morale e materiale. L’esigenza di dare al testamento biologico un’adeguata rilevanza giuridica era ormai improcrastinabile. Tuttavia il ritenere che la medicina del futuro possa essere costruita sulle dichiarazioni o (ancor più) sulle disposizioni anticipate di trattamento è di un’ingenuità rimarchevole. La nuova legge sul fine vita non va né esaltata, né a maggior ragione criminalizzata. Va riconosciuta per quello che è e che doveva essere: un necessario passo in avanti per adeguare la giustizia in sanità alla realtà (e non alle illusioni) del nostro tempo”.

Una legge necessaria dunque, scritta tra l’altro in linguaggio inusualmente semplice e comprensibile anche ai non avvezzi al burocratese stretto e che per questo motivo vi proponiamo in versione integrale come punto di partenza per le riflessioni che ci piacerebbe stimolare con questa Newsletter, unitamente ad un breve compendio delle principali scuole di pensiero in materia di bioetica, presupposto indispensabile per comprendere la fondamenta sulle quali poggiano le riflessioni e prese di posizione in materia di fine vita, ivi incluse quelle che hanno ispirato la norma.

Ma la legge positiva (“posata” da uno stato sovrano in un determinato ambito politico e territoriale e in un determinato arco temporale) da sola non basta. Essa definisce un perimetro di regole e divieti ed è per sua natura “grossolana”, nel senso che non può esaurire tutte le possibili casistiche e sfaccettature dell’agire umano all’interno di quel perimetro. Ed è proprio all’interno di quel perimetro che siamo chiamati ad esercitare la creatività dei nostri atti morali, ispirandoci a quei principi etici di cui ben conosciamo la sorgente e mettendo al centro di tutto la relazione fra le persone, assai più ampia del solo rapporto tra medico e paziente, la capacità e volontà di prendersi cura di qualcuno, di discernere quale sia il suo bene nel contesto della sua rete di relazioni e di agire di conseguenza. Riprendendo un vecchio refrain che mi è caro, principio di accesi dibattiti e conversazioni fra amici, sostengo che la legge non fa la morale, perché l’agire morale è molto più della legge positiva. La morale ha tempi molto più lunghi della legge, essa ha bisogno di riflessione, di discernimento, di elaborazione.

Ci accompagnano in questo percorso le due riflessioni, talora antitetiche, del dott. Pier Paolo Donadio (Direttore del Dipartimento di Anestesia, Rianimazione ed Emergenza all’ospedale Molinette di Torino ed équipier) e di Monsignor Marco Mellino (vicario generale della Diocesi di Alba – dall’estratto di una conferenza da lui tenuta a Canale a febbraio di quest’anno) e la testimonianza personale di una nostra amica volontaria della Fondazione Faro Onlus, che assiste in casa e in Hospice le persone che necessitano di cure palliative e le loro famiglie.

Achille Gallo

 

Per approfondire:

  • registrazione audio integrale dell’intervento del dott. Pierpaolo Donadio
  • registrazione audio integrale dell’intervento