“Ius soli” e “Ius culturae”: un dibattito significativo

Alla fine del 2017 il Senato della Repubblica dopo un concitato dibattito che ha trovato ampio spazio sui media (e presumibilmente anche in molte delle nostre case) ha deciso di accantonare la cosiddetta legge sullo Ius Soli/Ius culturae (Ddl 2092, “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91). Legge che era stata invece approvata a larga maggioranza dall’altro ramo del Parlamento due anni prima. Lo scontro durissimo che si è determinato su questo provvedimento ha finito per mettere in ombra una parte rilevante del suo effettivo contenuto. Ad esso abbiamo quindi deciso di dedicare una scheda nella parte finale dell’articolo. Qui ci limitiamo a richiamare alcune delle ragioni avanzate da chi si è opposto al provvedimento e soprattutto il clima, e le sue implicazioni, in cui si il dibattito si è svolto.

Chi si è opposto al provvedimento ha molto insistito in particolare su due punti. Innanzitutto, sul fatto che la legge attuale (la n.91 del 1992 che prevede come unica modalità per l’acquisizione della cittadinanza lo ius sanguinis e cioè che almeno uno dei genitori sia italiano o in alternativa i 18 anni), ha finora dato ottimi risultati e quindi non avvertono l’esigenza di cambiarla. In secondo luogo, l’introduzione degli automatismi previsti dallo Jus soli/Jus culturae potrebbero ribaltare l’idea secondo cui il trasferimento della cittadinanza debba seguire la direttrice che procede “dall’alto verso il basso” (dall’adulto al bambino) e non viceversa.

A parere di chi si opponeva alla legge, questa infatti potrebbe creare una situazione potenzialmente problematica in cui un bambino diventato italiano (di serie A) vive con genitori e fratelli di altra nazionalità (di serie B). Infine, nell’ipotesi che la famiglia opti per un ritorno al paese di origine, finirebbe per non tenere conto che, sui 196 paesi da cui provengono gli stranieri oggi residenti in Italia, ben 64 non ammettono la doppia cittadinanza (con possibili disparità, o soprusi, di genere, laddove la cittadinanza diventa una discriminante decisiva per potere “accasare” le figlie).

Detto questo è comunque indubbio che sulla scelta di accantonare la legge abbia pesato in modo decisivo il clima cupo, quando non apertamente ostile, che spesso si evidenzia quando si affronta il tema delle migrazioni e comunque degli stranieri. Ed è sulla razionalità di queste pulsioni che meriterebbe forse riflettere di più.

Certo l’ondata di rifugiati dai conflitti; l’aumento della pressione migratoria dal continente africano; il diffondersi degli attacchi terroristici; la crisi economica non ancora riassorbita, possono generare paura. Una paura che nasce dalla percezione di non disporre di strumenti adeguati per controllare i fenomeni globali.

Ma, e questo ci sembra il punto decisivo, tutto ciò anziché rafforzare la voglia di progettare e capire, finisce per alimentare una spirale preoccupante fatta di nazionalismi, pulsioni xenofobe e razziste, accompagnata da una domanda di soluzioni e di uomini forti. Reazioni che non tengono gran conto dell’effettiva natura del fenomeno che esaminato più da vicino presenta una dimensione diversa da quella percepita.

Per limitarci a qualche evidenza statistica emerge infatti che oggi in Italia vi sono circa 5 milioni di persone di origine straniera, che il loro numero da alcuni anni è stazionario e che al loro interno i richiedenti asilo (profughi, rifugiati) sono circa 370.000 (0,6% degli abitanti, 7% del totale degli stranieri). Infine, con riferimento al Piemonte il saldo migratorio (entrati-usciti) è in costante riduzione da 10 anni (dai + 57.000 del 2007 ai + 7.500 del 2016). Fatta questa premessa che crediamo aiuti a distinguere tra percezione e realtà sintetizziamo in una breve scheda quale sia l’effettivo contenuto della legge avendo la convinzione che di essa si tornerà presto a parlare

“Ius soli” e “Ius culturae” spiegato semplice

Come funziona adesso l’acquisizione della cittadinanza

L’ultima legge sulla cittadinanza, introdotta nel 1992, prevede un’unica modalità di acquisizione chiamata ius sanguinis (dal latino, “diritto di sangue”): un bambino è italiano se almeno uno dei genitori è italiano. Un bambino nato da genitori stranieri, anche se partorito sul territorio italiano, può chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni e se fino a quel momento abbia risieduto in Italia “legalmente e ininterrottamente”. Questa legge è da tempo considerata carente: esclude per diversi anni dalla cittadinanza e dai suoi benefici decine di migliaia di bambini nati e cresciuti in Italia, e lega la loro condizione a quella dei genitori (il cui permesso di soggiorno nel frattempo può scadere, e costringere tutta la famiglia a lasciare il paese).

Cosa cambierebbe

La nuova legge introduceva soprattutto due nuovi criteri per ottenere la cittadinanza prima dei 18 anni: lo ius soli temperato (“diritto legato al territorio”) e lo ius culturae (“diritto legato all’istruzione”).

Lo ius soli puro prevede che chi nasce nel territorio di un certo stato ottenga automaticamente la cittadinanza: ad oggi è valido ad esempio negli Stati Uniti, ma non è previsto in nessuno stato dell’Unione Europea. Lo ius soli “temperato” previsto nella legge presentata al Senato prevedeva invece che un bambino nato in Italia diventasse automaticamente italiano se almeno uno dei due genitori si trovava legalmente in Italia da almeno 5 anni. Se il genitore in possesso di permesso di soggiorno non proviene dall’Unione Europea, doveva invece aderire ad altri tre parametri:

  • avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale;
  • disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge;
  • superare un test di conoscenza della lingua italiana.

L’altra strada prevista dalla legge per ottenere la cittadinanza era quella del cosiddetto ius culturae che passa attraverso il sistema scolastico italiano: possono cioè chiedere la cittadinanza italiana i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico (cioè le scuole elementari o medie). I ragazzi nati all’estero ma arrivati in Italia fra i 12 e i 18 anni avrebbero potuto ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico.

Un po’ di dati

Secondo uno studio della Fondazione Leone Moressa su dati ISTAT al momento in Italia ci sono circa 1 milione e 65mila minori stranieri. Moltissimi di questi ragazzi sono figli di genitori da tempo residenti in Italia, oppure hanno già frequentato almeno un ciclo scolastico (a volte le due categorie si sovrappongono). Sempre secondo i calcoli della Fondazione Leone Moressa, al momento i minori nati in Italia da madri straniere dal 1999 a oggi sono 634.592 (assumendo che nessuno di loro abbia lasciato l’Italia). Per quanto riguarda lo ius culturae, sono invece 166.008 i ragazzi stranieri che hanno completato almeno cinque anni di scuola in Italia, non tenendo conto degli iscritti all’ultimo anno di scuole superiori perché maggiorenni.

Silvio Crudo (Fossano 05)

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