Perchè bisogna ascoltare le elite musulmane di Francia – per un Islam nella Repubblica

Sono cittadine o cittadini francesi. Provenienti dall’immigrazione, essi hanno sperimentato percorsi di eccellenza e hanno raggiunto l’élite nel loro campo professionale. La scuola e il talento li hanno resi leader aziendali, accademici, medici responsabili di servizio ospedaliero, ingegneri, dirigenti, avvocati, a volte sindaci o parlamentari. Hanno anche ereditato la cultura o la fede musulmana, che siano praticanti o meno. Cresciuti con i valori della Repubblica e del  laicismo hanno a lungo considerato la religione come una questione privata.

Si impegnano tramite articoli pubblicati nelle nostre colonne, come avevano fatto in modo collettivo il 31 luglio nel “Journal du Dimanche”. Gli attentati jihadisti che hanno colpito la Francia da gennaio 2015 li hanno convinti che l’islam è diventato un “affare pubblico” che non poteva lasciarli silenziosi e ancor meno indifferenti, visto  quanto è diventato inquietante ormai il rischio di frattura della società francese. Si dicono quindi “pronti ad assumere le loro responsabilità” nella rappresentazione e organizzazione dell’islam in Francia.

Come? Impegnandosi prima in una dura battaglia culturale contro l’islam radicale. Cercando di portar avanti per questo un lavoro storico, teologico, antropologico ma anche sociale così da dimostrare che Islam e Repubblica non sono antagonisti. Facendo di questa convinzione una pedagogia vivace e moderna, soprattutto presso i giovani. Conducendo infine una battaglia grazie alla Fondazione per l’Islam di Francia, creatoa nel 2005 ma rimasto ad uno stato fermo da allora e che il governo intende ora  fare vivere effettivamente e efficacemente.

Quest’iniziativa è sia salutare che istruttiva. Salutare perché i firmatari, grazie all’autorità conferita dalla loro posizione,  danno voce a questa larga maggioranza silenziosa dei francesi musulmani che desiderano vivere in pace.  Rifiutano l’associazione tra islam e jihadismo che tenta di imporre in modo simmetrico i demagoghi di  ogni parte e gli estremisti dell’islamismo radicale, del salafismo o  ancora dall’organizzazione dello Stato islamico.

Salutare inoltre perché giunge ad una constatazione lucida sul fallimento attuale dell’organizzazione dell’islam in Francia, nonostante gli sforzi dei governi che si sono succeduti da un quarto di secolo. Quest’Islam “consolare”, strettamente dipendente dai paesi di origine, aveva una sua logica quando la maggior parte dei musulmani in Francia erano immigrati. Dal momento che la grande maggioranza tra loro ora è francese e il loro futuro è in Francia, questo modo di rappresentazione è disconnesso dalla realtà e obsoleto. La fase di stallo in cui si trova il CFCM (Conseil français du Culte Musulman) lo dimostra da una decina d’ anni.

Ma l’impegno di questa generazione non è meno istruttivo sulla difficoltà e complessità delle poste in gioco. Infatti, da un lato la società le chiede di condannare, come generazione musulmana, il terrorismo jihadista, e dall’altro  ci si aspetta che non esponga pubblicamente la propria religione e la viva nella discrezione come molti firmatari avevano scelto.  Questo è il paradosso del vicolo cieco dal quale le élite musulmane vogliono uscire. Occorre ascoltarle, anzi occorre sentirle.