Per un uso consapevole dei media

Si sente spesso dire, e ancor più si legge, che il “il mezzo influenza il messaggio”, anzi che “il mezzo è il messaggio”, e ovviamente si pensa subito allo studioso canadese Marshall McLuhan che coniò quel proverbiale slogan, ma poi ci si dimentica altrettanto spesso di quanto questo aspetto dei mezzi di comunicazione sia vero nella pratica quotidiana di ogni giorno, anche nei piccoli fatti e nelle azioni comunicative a cui ognuno di noi partecipa.

Quando si scrive con lo scalpello sul marmo o sulla pietra si fa molta attenzione alle parole che si usano perché si sa che quel marmo o quella pietra durerà, attraverserà il tempo e gli anni, anche oltre la nostra durata (la nostra vita). Ecco che allora il mezzo (il marmo) diventa il messaggio (voglio durare). Quando scriviamo un sms o un post su Facebook sappiamo che difficilmente si conserverà, anche se in realtà è poco deperibile, ma molto “dispersibile” (e “dimenticabile” e “superabile” dalla tecnologia futura al punto forse di non poter più essere “letto”, come oggi succede con i vecchi floppy disk).

Allora perché non si tiene abbastanza conto del mezzo nei nostri sistemi di comunicazione quotidiana?

Qualche esempio? L’e-mail sostituisce sempre più la telefonata, soprattutto nei rapporti di lavoro. Si manda una mail al posto di alzare il telefono per moltissime ragioni: si perde meno tempo (è vero), si ha l’impressione di essere meno equivocabili (come se la scrittura non potesse essere interpretata: cosa ci starebbero allora a fare la critica letteraria e gli avvocati?), soprattutto si ha una pezza giustificativa (quello che doveva essere comunicato è stato comunicato), cioè ci si cautela. Se dovesse mai capitare che non ci si fosse capiti, si potrà sempre tirare fuori la mail che accerterà l’avvenuta comunicazione (che la comunicazione non sia passata lo stesso, poco importa, a quel punto). Ecco allora che il lavoro è ormai fatto spesso di numerose mail che non cercano la comunicazione con l’interlocutore, ma sono come una stella cometa, con una prima mail e una lunga coda di specificazioni ulteriori che al momento buono potranno “pesare”. In questo caso la mail non cerca appunto la comunicazione, ma la vorrebbe certificare.

La telefonata invece implica il confronto con l’interlocutore, le idee e le risposte si formano nella discussione e nel dialogo tra i due. Alla fine ci vuole più iniziativa e  più tempo: cercare la persone, dare e ricevere anche una comunicazione di contorno sugli affetti, la salute, che con la mail può essere molto stringata, ma che è invece così importante per la qualità  del rapporto. Se si sommano le code delle andate/ritorno delle mail per arrivare a formulare un giudizio, una soluzione, con i minuti spesi in un confronto telefonico, quest’ultimo potrà allora apparire ancora vincente.

Si ha quindi come l’impressione che l’eccessivo uso di mail voglia tenere lontano la possibilità di un incontro simultaneo tra emittente e ricevente della comunicazione. La mail invece è fondamentale per altri tipi di comunicazione: argomentare, relazionare, tenere memoria, comunicare dati, inviare allegati, ecc.

La stesso ragionamento vale per Whatsapp piuttosto di un sms o  Facebook: ognuno di questi strumenti ha una sua specificità e non va confuso con un altro. Su Facebook mi intrattengo con gli amici, ma se voglio ragionarci insieme non passo il tempo a chattare, meglio una telefonata o, ancora di più, vedersi per quattro chiacchiere. Su Whatsapp posso dare informazioni estemporanee, ma non discutere degli aspetti delicati della vita del mio interlocutore. Si può flirtare con i messaggini (come si faceva, e si fa, con i bigliettini scritti a mano), ma il primo bacio bisogna darlo sulle labbra (non virtuali).

Tutta questa confusione sui nostri mezzi di comunicazione ci fa perdere molto tempo, ma soprattutto genera spesso non pochi equivoci (le “flamewar”, vere e proprie le guerre di insulti, via mail o su facebook) che non rendono un buon servizio a questi nuovi media, che di fatto invece, se usati bene, aiutano l’insaziabile desiderio dell’uomo di comunicare.

Ultimamente, poi, molte persone preferiscono discutere evitando continuamente l’incontro faccia a faccia. Sono soprattutto i giovani, ma anche non pochi genitori. Interrogati gli uni e gli altri dalla maggiore socio-psicologa dei media digitali, Sherry Turkle (“La conversazione necessaria. La forza del dialogo nell’era digitale”, Einaudi, 2016, Euro 26), affermano che preferiscono sempre una comunicazione asincrona e a distanza (messaggi via sms, messenger, whatsapp) piuttosto che un incontro fisico personale perché si sentono così meno a disagio, controllano meglio le emozioni e le parole, possono fino all’ultimo correggere il messaggio scritto, mentre oralmente spesso hanno paura di dire anche ciò che non si vorrebbe dire, di cui poi ci si pente (ma che forse anche è vero).

Si vuole quindi evitare, arrabbiandosi, di “passare dalla parte del torto”, come si usa dire. Ma è poi così vero che chi si arrabbia è in torto? Non ci sono dei momenti in cui anche arrabbiarsi serve infine alla comunicazione? Non è forse vero che dallo “scontro” può nascere l’ ”incontro” (come ha detto il filosofo Rorty)?

Un adolescente riferisce alla studiosa: “Tutto ciò che comporta l’uso della voce viene avvertito come un’intrusione”, sia dall’emittente come dal ricevente; e la Turkle chiosa: “Di fatto si ammette che gli studenti non hanno difficoltà ad andare a letto insieme ma non sono capaci a parlare tra loro”.

Non pochi adolescenti, ma anche adulti, sostengono di non essere in grado di sostenere una conversazione, di temere di non sapere sostenere il dialogo in presenza, per non parlare della disputa, dello scambio di opinioni serrato.

A volte sono gli stessi figli piccoli che chiedono ai genitori di smetterla con i messaggi: vogliono l’attenzione tutta per loro, non frammenti continuamente interrotti di attenzione. Siamo collegati con il mondo e spesso scollegati con il prossimo più vicino: infatti sempre più spesso si controlla in ogni situazione compulsivamente lo smartphone, anche nei momenti deputati al confronto, come quando la famiglia si riunisce intorno ad un tavolo per il pasto o gli amici si ritrovano in pizzeria.

Si tratta allora di riconquistare la conversazione, partendo dalla famiglia e dalla scuola (mantenere gli esami orali, evitare tanti test “a crocette”), immettendo nuove regole di comportamento, come ogni media nuovo ha sempre comportato (la punteggiatura che conosciamo e usiamo ora si stabilizza solo nell’era della stampa), usando i media digitali come stimolo di confronto (attraverso facebook mantengo un’amicizia e una consuetudine quotidiana con una parente argentina che non vedo da anni e di cui, altrimenti, avrei sicuramente perso le tracce), ma riacquistando anche una fiducia nella “parola” come momento vivifico di confronto e di crescita all’interno del dialogo che solo una finta scorciatoia – l’uso spropositato di email, messaggini, emoticon – per un momento ci dà l’illusione di poter eludere. Oltretutto, chiacchierare è anche piacevole.

Luca Toselli, giornalista (tratto in parte da “L’ordine”, inserto culturale domenicale de “La Provincia di Como”, rivisto ed aggiornato).