Gli appunti e le riflessioni di Simonetta dalla conferenza “La comunicazione ai tempi di Internet. Approccio psicanalitico.” della Dr.ssa M. P. Venezia, psicologa-psicoterapeuta.

Sicuramente i media hanno segnato l’evoluzione umana, hanno determinato un enorme cambiamento storico e culturale in particolare negli ultimi decenni. Internet ci ha dato una grandissima risorsa, è un’importante finestra sul mondo, mi permette di stare a contatto con persone che altrimenti non potrei vedere. Questo era impensabile anche solo pochi anni fa! Internet ha sicuramente modificato il nostro modo di pensare, il nostro modo di parlare, ha creato nuovi codici di comunicazione e di linguaggio. Mi permette di stare a contatto con il mondo intero, però in un modo solitario e questo è, semmai, il lato negativo. Non dobbiamo demonizzare l’uso di Internet: quello che viene, invece, attaccato dagli studiosi dell’umano, quindi dagli psicologi, dagli psicoterapeuti, dagli antropologi, dai sociologi, dai filosofi, è semmai l’abuso del web, è l’intrattenersi troppe ore durante la giornata. Questo è il caso non solo degli adolescenti, ma anche di giovani e di adulti che si intrattengono molte ore al giorno su  Facebook, WhatsApp, Internet, Twitter, Instagram, YouTube, e chat infinite per incontri di tutti i generi. Tuttavia, anche l’uso di questa risorsa senza conoscerne le implicazioni sui diversi aspetti della vita personale e sociale può essere “pericoloso”, cioè portare a conseguenze a cui non avevamo pensato, che non volevamo, che non sono in linea con i nostri valori. Concentriamoci dunque sulle conseguenze dell’uso e abuso del web per capire gli eventuali pericoli, come prevenirli, evitarli e possibilmente curarli.

– Per definizione il mondo del web è un mondo virtuale e quindi la presenza dell’altro è una presenza virtuale. È cambiato il contesto e sono cambiate le regole della comunicazione quindi anche della relazione umana. Pensiamo, ad esempio, a quanto è fondamentale nella comunicazione tra esseri umani il comportamento non verbale. Immaginate quanto questo sta venendo a mancare, anzi quanto questo non esiste nel mondo virtuale: le espressioni del volto, la mimica, il tono di voce. È vero che poi arrivano ad aiutare le “faccine”, che possono spiegare meglio che cosa sto provando, però non è la stessa cosa del guardarsi negli occhi. Che cosa succede dunque a livello relazionale nel mondo del web? Innanzitutto nella rete sfumano le categorie sociali, perché siamo tutti uguali: chiunque può decidere di intervenire, di dire la sua, se vuole anche con la garanzia di non essere visto, di non essere identificato. La relazione diretta nella comunicazione, non c’è più. Non c’è il “faccia-faccia”, ma c’è sempre una modalità mediata dal mezzo, da uno strumento che è il monitor del computer piuttosto che di un cellulare. Nella conoscenza che mi fornisce il web non esiste il tempo, non esiste lo spazio. Internet ha anche deterritorializzato la relazione, non c’è più bisogno di un contesto. Pensate quanto poco ci muoviamo nell’ambito delle esperienze sensoriali quando siamo in chat! Ad esempio: il tatto è sulla tastiera; l’udito quasi non ti serve perché tanto la voce dell’altro non la senti; la vista nemmeno, non vedi il suo volto: non hai nessuna percezione dell’altro, quindi ci muoviamo sempre di meno nell’ambito della relazione “più tipica”.

– Che cosa succede, invece, a livello di pensiero, quindi a livello cognitivo? Il computer agisce in velocità, con un tipo di procedimento che non è proprio dell’intelligenza umana. Da un lato posso sapere molte cose contemporaneamente, dall’altro lato, però, questo mi espone al rischio di una conoscenza vaga, superficiale: infatti, se devo apprendere informazioni in velocità, va da sé che non ho tempo di approfondire e di elaborare quell’informazione; non ho tempo di “pensare i pensieri”. I testi scritti sul web il più delle volte sono ridotti al minimo, quindi parlano le immagini; è per questo che i neuroscienziati ritengono che alla lunga diventeremo un po’ più ignoranti, perché si rinuncia alla complessità. Quello che interessa è sapere qualcosa in fretta, con poca fatica e in poco tempo, quindi il minimo sforzo per il massimo risultato. E quindi la conoscenza è sempre vaga e generica, perché non c’è il tempo per assimilare, non c’è più la voglia, non c’è più forse la volontà di fare fatica. Rischiamo di essere vittime delle “fake news”, delle bufale, perché la quantità di informazioni che ci arrivano su Facebook o su WhatsApp, spesso non richieste e non cercate e che magari ritrasmettiamo noi stessi, ci fa dimenticare di restare “vigile” e di verificare le fonti.

– Che cosa succede a livello esistenziale? Questo modo di percepire la realtà e di rapportarci con gli altri di fatto ci sta un po’ sganciando da noi stessi, perché? Perché non c’è tempo di soffermarci a pensare, perché c’è sempre un rumore di sottofondo, perché siamo sempre bombardati da tante informazioni. Sicuramente l’uomo si sta allontanando da quella che è comunemente chiamata introspezione, non esiste più il tempo per il soliloquio con l’anima. Chi sfugge dal proprio inconscio cede ai conflitti interiori, perché non si fa più certe domande: «Perché voglio fare questa cosa? A che scopo? Beneficerà me o gli altri? Che conseguenze avrà sugli altri?». Teniamo conto che questo non è propriamente una colpa del web, anche la nostra società ci sta portando un po’ in questa direzione. È una società dove sempre di più ci viene chiesto di essere efficienti, prestazionali, sempre belli, magri, giovani, una società in cui devi avere successo, devi avere potere, devi avere denaro; il tutto possibilmente in modo veloce, facile, perché l’obiettivo di molti, è soprattutto questo: raggiungere il proprio benessere individuale quindi la propria insindacabile felicità, cercando soluzioni immediate e facili. L’individuo, oggi, sembra sempre più centrato sul presente, sul vivere l’attimo, trovare nel momento la migliore soddisfazione possibile. Vero, poi, che dopo poco quella soddisfazione è già svanita e quindi sei portato di nuovo a cercarne un’altra più forte di quella precedente. Noi sappiamo bene, però, che se vivo solo nel presente non ho nessuna prospettiva, cioè se non volgo ogni tanto uno sguardo al passato non posso capire l’oggi, e soprattutto non posso fare nessun progetto per il futuro: non esiste progettualità.

La perdita più grande è quella del legame, perché siamo sempre più lontani dai legami veri, dai legami profondi con le persone, e questo perché il legame è scomodo, genera frustrazione, genera incertezza. Il legame è impegnativo: stabilire nuovi legami e mantenerli richiede che ci impegniamo in prima persona, dobbiamo dare del tempo, dobbiamo dare ascolto, dobbiamo saper perdonare, dobbiamo saper accettare una delusione, tenere in conto che possiamo noi deludere e dobbiamo saper chiedere scusa. Insomma, vivere un legame rende la vita un po’ più complicata, e in una società dove tutto deve essere liquido e veloce c’è sempre meno tempo e voglia di prendersi la briga di ascoltare empaticamente l’altro; per questo i legami diventano molto più superficiali, temporanei, sporadici.

– Che cosa succede a livello della morale? Un’altra delle caratteristiche della società di oggi è che si perde la legge del codice morale, il senso etico, la morale intesa come quelle semplici domande del tipo: «Cos’è bene? Cos’è male? Che cosa è giusto e che cosa non lo è?», oggi sembra che si possa fare tutto quello che vuoi perché la libertà ha preso quest’accezione, si pensa che essere liberi vuol dire: «Posso fare quello che voglio quando voglio, l’importante è non essere scoperti»: la paura è quella! Il mezzo di comunicazione di massa – e Internet tanto di più – non incoraggia un esame interiore che porti ad una assunzione di responsabilità individuale, bensì spinge a cercare colpevoli all’esterno e ti permette di dare dei giudizi e esprimere condanne sulle persone che non faresti se non il web non ti desse l’illusione dell’anonimato.

– Che cosa succede a livello psicologico? È sempre maggiore l’interesse verso se stessi, verso il proprio benessere ed è sempre più forte il bisogno di ottenere consenso, di essere visti, di ottenere approvazione, di piacere agli altri. Pensate anche solo alla moda dei “selfie”: una valenza narcisistica un po’ ce l’hanno!. Nella foto devo sempre esserci io. E poi postare la foto e spesso controllare quanti “like” e quante visualizzazioni ha ottenuto: tutto è molto centrato sul: «Io – Io – Io».

Se c’è un vantaggio che può aver portato il cellulare è quello di darci l’illusione della condivisione (in qualunque momento possiamo essere in contatto e sembra che siamo più in contatto di prima), ma in realtà quello che ci fornisce è più un surrogato di umanità, perché comunque c’è sempre la mediazione dello strumento tecnologico. Soprattutto ci sta diseducando a “sopportare la mancanza”, non siamo più così forti per sopportare la frustrazione, la solitudine, perché il quotidiano diventa subito un vuoto angosciante: non si tollera più “la mancanza”.

I cambiamenti repentini, veloci, simultanei, ci fanno sentire un po’ spiazzati, è più difficile stare al passo, quindi è probabile che questo ci abbia fatto perdere dei punti di riferimento; non è che in passato fossero migliori, semplicemente c’erano; c’erano dei modelli molto più solidi, quanto meno anche solo dei modelli a cui dare contro, ma c’erano! Oggi se ci sono durano pochissimo, tutto sembra molto relativo e in questo anche gli stessi adulti a volte sembrano perdersi. È difficile che possa svilupparsi, in un ambiente del genere, un’identità solida con dei confini solidi. Si parla oggi, infatti, di personalità liquide: liquide non solo perché sempre più digitali, ma liquide perché inconsistenti, poco solide. Si parla di adulti adolescentizzati che fanno fatica ad entrare nel mondo adulto e quindi sembra che questa sia l’epoca in cui l’adolescenza sta durando sempre di più. Internet non crea patologie di per sé, non è che entrare in Internet e vivere nel mondo del web crei disturbi mentali, no! È vero, però, che l’abuso può scompensare qualcosa che esisteva già, quindi se c’è una predisposizione ad un certo disturbo, l’abuso del web può scatenare un evento patologico.

Il cellulare è molto più di un telefono; il cellulare ha veramente deterritorializzato la relazione: possiamo sentirci in qualunque momento e in qualunque luogo, quindi dal punto di vista affettivo ha sicuramente modificato la percezione della distanza tra me e l’altro; la distanza poi esiste lo stesso però ti dà un po’ l’illusione che non ci sia! Non tanto la distanza fisica, ma la distanza affettiva, sentimentale, il cellulare ti permette di modularla un po’ a tuo piacimento, il problema è che così per noi diventa sempre più difficile tollerarla quella distanza! Avrete sentito raccontare di persone che diventano invasive continuando a chiamare e richiamare; e provate a spegnere il cellulare qualche ora! Sembra che non siamo neanche più liberi di farlo! Quindi il cellulare ci fornisce l’illusione di onnipotenza, di poter controllare anche la vita dell’altro.

Nelle nuove versioni dei manuali diagnostici psichiatrici si potrebbe inserire questa nuova psicopatologia: “nomofobia”. Nomofobia è un termine che deriva dalla parola anglosassone “no-mobile” quindi “senza linea mobile”, “senza connessione”: è una nuova dipendenza. Secondo gli psichiatri è quasi del tutto sovrapponibile alle altre forme di dipendenza, in particolare la dipendenza da gioco d’azzardo; il profilo psicologico del soggetto è quasi lo stesso. In particolare nella nomofobia la persona è letteralmente dipendente dal suo cellulare nel senso che non se ne separa mai: lo tiene sempre acceso anche nei luoghi dove è proibito o dov’è inopportuno: ospedale, chiesa, cinema; magari lo tiene silenzioso, ma se squilla risponde. La prima cosa che fa al mattino e l’ultima cosa che fa la sera è controllare se c’è una nuova notifica, nuovi messaggi, non lo spegne mai, nemmeno di notte, è difficilissimo che il suo cellulare sia scarico perché ha sempre con sé il carica-batterie, va in crisi se non c’è campo. Se per qualche ragione è impossibilitato a utilizzare il suo cellulare, la persona comincia a diventare tesa, irrequieta, agitata, ansiosa fino ad avere veri e propri episodi di angoscia e crisi di ansia. È una dipendenza perfettamente sovrapponibile alla dipendenza da alcool e queste persone vengono curate e trattate come qualunque tossicodipendente.

Inoltre si può notare un aumento di tratti e atteggiamenti propri del disturbo ossessivo compulsivo. Facciamo un esempio: il bisogno di continuamente andare a verificare lo stato del proprio profilo, cosa mettono gli altri su Facebook, sulla bacheca, quanti like ho ricevuto, e ossessivamente andare a controllare la vita degli altri. Quindi siamo diventati un po’ tutti dei “voyeur”, controlliamo la vita degli altri con l’illusione di poter avere tutta la nostra realtà sotto controllo, ma è solo un’illusione che quella sia la realtà vera.

Sono in aumento anche i tratti di personalità borderline e gli aspetti che spiccano di più sono sicuramente la forte impulsività. Le personalità border sono molto impulsive, non pensano prima di agire: agiscono e basta; si dice che agiscono quasi in maniera acefala, spesso guidati dall’ira, dalla rabbia. Sono persone che fanno molta fatica a stabilire una relazione profonda e duratura perché molto facilmente passano dall’amore all’odio in poco tempo e per motivazioni da un punto di vista logico-razionale, assurde.

La società sta cambiando velocemente e la nostra psiche è fatta per rispondere anche all’ambiente circostante: la nostra mente si sta adattando, ma la società dà le dà stimoli nella dimensione di velocità, di efficienza, quindi sono in aumento sia lo stress sia i disturbi di ansia.

La nostra vita è nata come relazione: non sopravviviamo nemmeno, se alla nascita non c’è nessuno di significativo che si cura di noi; abbiamo bisogno dell’altro per vivere perché la nostra vita può sussistere solo nella relazione con la vita altrui. Solo così possiamo costruire un’esistenza consapevole e responsabile, possibilmente senza senza aver paura delle responsabilità o delle possibilità di fallimento: è solo così che si può crescere ed è nella relazione che abbiamo l’unica possibilità per rinnovare continuamente il nostro stesso rapporto con la vita.